Lazzaro felice

il

95834-193160

6 Giugno

L’Inviolata è un’azienda agricola che si è persa da qualche parte tra gli anni Sessanta e Settanta, in cui una cinquantina di contadini lavorano una piantagione di tabacco agli ordini di una nobile Marchesa dalle teorie sociali belle chiare, seppur discutibili.
Si vive una vita frugale, all’Inviolata, si condividono il pane e le lampadine, e si sgobba duro al suono della calcolatrice che ogni mese scandisce il debito con la Padrona.
Lazzaro è giovane e forte e ha gli occhi dell’ebete. O del Santo. Lazzaro vieni qui, Lazzaro vai di là. Lazzaro non è un nome, è un comando. Lazzaro è la sostanza viscosa che lubrifica le cose.
Accetta la sua condizione come un dato di fatto, non si pone domande, non nutre pensieri che scappano in avanti, vive il presente in ogni suo attimo. Non come l’amico suo, il Principe Soffiato, figlio incomodo della Marchesa degli spigoli. Tutto magrino, bianchino, con le sue mani piene di vento, turbato da ogni sbuffo dei suoi pensieri agitati.
Ma gli spifferi si sa, s’infilano da tutte le parti, e quando raggiungono il cuore dello stoico Lazzaro, il ragazzo cade (!) in crisi, bloccato tra due cose da fare, entrambe giuste, tuttavia inconciliabili.
La bellezza di questo film sta tutta nel linguaggio con cui è raccontato. Una lingua fatta di parole e di immagini, di accenti, suoni e luci.
Comincia nel cuore della notte con un rito ancestrale, un corteggiamento arcaico tra bicchieri di vino e falene. Prosegue con giornate accecanti che scottano i visi, coi lavori di campagna che sporcano gli stracci sudati dei fattori. Il formato particolare (super 16 mm) rimanda ai tempi andati, i colori e la resa della pellicola riflettono bagliori del Cinema della nostra Storia: Tancredi, Antonia, qualcosa di Olmi, di Bertolucci, tanto dei grandi documentaristi italiani.
Poi nuovi personaggi portano elementi incongrui; i lapis e i caffè in vetro lasciano il posto a dettagli diversi e il film lentamente svela i suoi misteri. Sontuose e epiche viste aeree allargano lo sguardo dal piccolo mondo antico, e dal buio della notte emergono martiri e santi, vecchi schiavi e nuovi schiavi.
Sappiamo dal primo pomeriggio di catechismo che se in una storia c’è un personaggio che si chiama Lazzaro dobbiamo aspettarci certe cose. Ma la genialata dietro Lazzaro Felice va ben oltre le facili ipotesi. Arriva piano, senza dire nulla, e quando te ne accorgi non puoi che esserne completamente conquistato.
Un espediente talmente efficace che è un peccato che la sorpresa si diluisca in una serie di situazioni stiracchiate e forse superflue.
La suggestione che lo spettatore prova nel raccogliere gli indizi e far coincidere i pezzi è incalzata dalla deriva mistica esplorata dalla regista, che incanala il suo film in una direzione chiara.
Si può essere d’accordo o meno sulla lettura che propone, ma Alice Rohrwacher è un’Autrice completa, finita, matura. Essere i suoi spettatori è per tutti un piacere.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...