Last Men in Aleppo

il

last men in aleppo

16 aprile

Last Men in Aleppo è un documentario che ha ormai un anno e che ha fatto parlare di sè per la sua natura controversa.
Girato nel 2016, durante le settimane finali dell’assedio di Aleppo, riprende le tremende giornate di un gruppo dei cosiddetti “caschi bianchi”, pattuglie di volontari che inseguono i bombardamenti delle forze governative (e dei loro alleati) portando i primi disperati soccorsi alla popolazione civile seppellita tra le macerie.
Si tratta sostanzialmente di un’opera di propaganda che mira a sensibilizzare l’opinione pubblica occidentale sull’entità della devastazione delle città colpite e sulla brutalità della reazione del regime di Bashar al-Assad all’insurrezione cominciata nel 2011 e non ancora domata.
La produzione del documentario è danese, ma il regista, Firas Fayyad è un intellettuale precedentemente incarcerato e torturato dall’esercito lealista.
La natura del conflitto in corso è talmente complicata e tragica da non poter certo essere risolta in una qualsiasi opera narrativa, lo stallo internazionale e i pericoli legati a un qualsiasi intervento lo dimostrano ogni giorno, tuttavia un lavoro come questo film difficilmente porterà acqua al mulino dei ribelli.
Il grosso limite, evidente fin dal primo cartello, consiste nella rinuncia di qualsiasi analisi in favore di un sensazionalismo e di una ricerca della commozione che, per quanto sinceramente toccante e straziante, non può non insospettire chiunque abbia voglia di capirci qualcosa di più.
Nel corso delle ricerche tra le rovine di una città sbriciolata, i tre operatori – che potremmo individuare come i protagonisti – scavano con le mani tra i detriti di cemento e la polvere di gesso liberando con più premura possibile i corpi intrappolati dai crolli. A volte capita di trovare qualcuno ancora vivo, ma spesso sullo schermo scorrono le piccole salme inermi di bambini morti.
Con la stessa durezza si insiste su altri bambini feriti, sui resti mutilati, sui filmati delle torture e sulle manifestazioni di strada della “pacifica popolazione della Siria”. Non si può non provare dolore di fronte a scene così forti. In mezzo a questo inferno di bombe che continuano a cadere incessanti, i caschi bianchi si muovono eroici e tenaci lasciandosi andare a commenti e momenti che ne enfatizzano il coraggio e la nobiltà. Alla fine moriranno tutti durante i combattimenti. La morte e il rito funebre di uno di loro è ripresa alla fine del film, mentre prima dei titoli di coda un cartello informa che tutti gli altri operatori sono caduti nelle settimane successive. Si parla di morti vere, dunque, di persone vere uccise mentre cercano di aiutare i loro concittadini intrappolati in un ferocissimo assedio che il mondo osserva inerte. Eppure il peso ideologico che contraddistingue questo documentario, energicamente promosso anche durante gli ultimi Oscar, presta il fianco a troppe contraddizioni per poter ottenere un effetto reale che spinga a qualche intervento. La rappresentazione netta tra chi attacca e chi si difende non tiene conto di nessuna delle questioni in campo, non si forniscono informazioni su chi effettivamente sponsorizzi e aiuti organizzazioni come i caschi bianchi, che, ufficialmente volontarie, dispongono comunque di attrezzature e macchinari da scavo evidentemente costosi che qualcuno dovrà pure aver fornito. L’esposizione insistita dei bambini e del loro dolore, affiancata alla totale assenza di figure femminili, crea una sensazione strana, molto difficile da individuare. Da un lato la sincera partecipazione alla vergogna per un massacro di cui siamo testimoni e che quindi ci coinvolge, dall’altro l’impressione quasi fisica di essere violentemente strattonati e costretti a prendere una posizione sulla base di effetti puramente emotivi.
Certo, molto comodo filosofeggiare sul senso della verità standosene seduti in un cinema dalla parte giusta del mondo, mentre ogni giorno da sette anni persone innocenti vengono massacrate, nondimeno per poter capire meglio e non farsi confondere, è necessario mantenere un punto di vista critico sul modo in cui le informazioni vengono prodotte e trasmesse.
La visione di questo film è sicuramente consigliata a chi ha bisogno di vedere coi propri occhi certi drammi per poter prenderne coscienza, ma andrebbe accompagnata da un minimo di ricerca e approfondimento in più per potersi fare un’idea meno volubile e più consapevole.

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