La Ruota delle Meraviglie

il

wheel of fortune

6 gennaio

In una famosa favola di Andersen una principessa non riusciva a dormire sopra una fila di venti materassi e di venti cuscini perché sotto all’ultimo era posto un piccolo pisello.
Glissando sui facili doppi sensi, in questo film Woody Allen (o chi per lui) nasconde sotto una produzione tecnicamente mostruosa il piccolo seme di una mala erba che rilascia il suo veleno lento e implacabile.
La storia si svolge in un’estate degli anni cinquanta a Coney Island, la RiminiRiminiRimini dei newyorkesi.
Ci sono quattro personaggi, più altri due.
Ginny è la donna sul precipizio. Sta per compiere quarant’anni, è molto bella e sensuale ma il presentimento di essere all’ultimo giro di giostra la consuma. Si è sposata con Humpty da qualche anno, una soluzione che non la soddisfa ma che almeno la ripara da un passato che non smette di affliggerla. È l’unica e vera protagonista del film, nel suo ruolo Kate Winslet sa essere irresistibilmente affascinante ma anche sopraffatta al limite del patetico.
Humpty condivide con Ginny alcuni problemi con la bottiglia, si presenta come un orco pericoloso e violento ma il faccione di James Belushi tiene poco la parte e presto svela la natura di buon diavolo che cerca alla bell’e meglio di far funzionare le cose restando sempre all’oscuro di tutto quello che gli succede attorno.
Carolina è la figlia di Humpty (ma non di Ginny), torna dal padre che non vede da anni. Litigarono male quando lei scelse di sposare Frank, gangster italo-americano che le ha fatto fare la bella vita ma che ora la vuole morta, perché l’FBI l’ha incastrata inguaiandola. La ragazza è interpretata da Juno Temple, che rende bene questo personaggio delicato, quasi impalpabile, giovane e carina e nemmeno stupida, ma con un’ombra di sciatteria che la rende innocua e che disinnesca una pericolosità che solo Ginny può avvertire come una minaccia. L’arrivo della giovane colpisce infatti con una forte spallata il fragile equilibrio della matrigna, che in lei vede una rivale. Perché Ginny ha una relazione con Mickey, l’ultimo personaggio di questo triangolo con quattro lati. Mickey fa il bagnino al bagno numero sette, è giovane, aitante, acculturato e ha in testa di fare lo scrittore. Lo fa Justin Timberlake che non si deve impegnare troppo a fare il figaccione che tiene sempre tutto sotto controllo. Molto facile per lui sedurre la madre e corteggiare la figlia, agitando le acque di un ménage così precario e scatenando metaforicamente la corsa della Ruota delle Meraviglie, l’attrazione simbolo di Coney Island ai pedi della quale si trova l’appartamento dove Ginny e Humpty credevano di aver trovato riparo e dentro il quale, invece, come su un palcoscenico, si svolge buona parte del dramma.
Gli altri due personaggi sono in realtà due personaggi a metà: il primo perché, anche se sembra vero, serve solo a fini narrativi, il secondo perché non è un personaggio vero ma incarna una funzione essenziale rivelando tantissimo sugli altri e definendo la particolare caratura del film.
Il non personaggio è Richie, figlio di Ginny (ma non di Humpty), è un ragazzino introverso che sfoga le sue malinconie scappando nei cinema e incendiando le cose. Crea il pretesto per le uniche gag che strappano sorrisi, alleggerendo un racconto altrimenti troppo cupo. Richie è in realtà la vivificazione della psiche della madre, che si cura di lui solo quando fa dei danni. Le sue fughe al cinema rappresentano il rifiuto della realtà della donna, e con il fuoco si traduce la colpa interiore della stessa, quella forza che le brucia e devasta il mondo attorno spingendo la sua anima passionale al tradimento.
Poi c’è, appunto, un ultimo carattere che dirompe e primeggia su tutti gli altri, è quella specie di Spirito Santo che si diffonde dalla Fotografia e dalle Luci di Vittorio Storaro. Spingendo ancora di più sul solco già tracciato con Cafè Society, Allen e Storaro esplodono le possibilità di ambientare la storia in un Luna Park usando le mille fonti disponibili per avvolgere gli attori in una luce spesso incredibilmente calda e intima ma che può diventare disperatamente fredda e tagliente seguendo i turbamenti emotivi di Ginny.
Il film è ricco di inquadrature evocative, quadretti immersi nel miele dove è sempre la Winslet a risplendere di una bellezza florida e piena, mentre i pregi dei comprimari vengono mostrati solo a tratti. Sulle sue forme e sul suo viso le luci dipingono l’ampia gamma di emozioni di una donna che vede sbocciare e appassire una vita intera nell’arco di un’estate.
Come dicevo all’inizio, la confezione tecnica di questa pellicola è impeccabile sotto ogni punto di vista: le inquadrature curate, i movimenti di macchina teatrali, i dialoghi precisi e asciutti; ogni dettaglio è praticamente perfetto. Una perfezione che dopo averti riempito gli occhi per qualche minuto tende però a virarsi in qualcosa di leggermente stucchevole, cedendo a una sensazione di stanchezza di fronte a una messa in scena così idealizzata e pertanto così lontana dalla “vita vera”. Probabilmente Woody Allen, a ottantadue anni, non può avere le energie per fare uscire un film nuovo ogni anno dedicandovisi anima e corpo, si può immaginare come buona parte della produzione sia delegata a collaboratori fidati, e negli ultimi anni questa mancata vicinanza si fa sentire nei lavori che firma. In questo caso però il senso di artefatto che si avverte può essere spiegato sposando il punto di vista della protagonista. È la visione melò di Ginny che colora tutto di questo romanticismo esasperato, è nella sua mente e nei suoi rimpianti che il suo mondo è così fortemente caratterizzato.
Eppure sotto tutta quella patina leccatissima e seducente pulsano comunque quattro vite nei guai, ognuna alla ricerca di un’altra possibilità che li salvi dagli eventi che stanno per travolgerli.
Perché da qualche parte, sotto tutti quei materassi e quelle coperte, Woody Allen ha nascosto quel nocciolo amaro e doloroso che nonostante le apparenze, compromette una visione comoda.
La Ruota delle Meraviglie si trova in un Luna Park al mare, dove in estate ognuno ha diritto a un altro giro di giostra.
Perché la vita, si sa, è una ruota che schiaccia.

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