l’Insulto

il

l'insulto (2)

28 dicembre 2017

poi a un certo punto il giudice dice che a Beirut ogni zona, ogni quartiere, ha la propria diversa sensibilità politica, religiosa e sociale.
E siccome c’è un caldo che secca le case e incendia gli animi, anche quando di questo dedalo se ne affronta una piccolissima fetta, tanto basta per far emergere una complessità incandescente, capace di infiammare la città intera.
Per farla semplice e limitandosi a quanto avviene nel film: il Libano è in guerra con Israele almeno dall’inizio degli anni Ottanta (quando viene invaso), alcune fazioni vivono come un corpo ostile le comunità arabe palestinesi che lo Stato è costretto ad accogliere in seguito alle politiche oppressive di Israele. Il sospetto che alimenta la diffidenza è che ammassando e accollando profughi, il nemico intenda indebolire il Libano impoverendone l’economia e inasprendo le tensioni sociali.
In questo contesto la scintilla scocca in seguito a un banale incidente, quando un meccanico, politicamente schierato con le Forze Libanesi (vedi sopra alla voce “alcune fazioni”) e un capocantiere palestinese, dopo un alterco vengono alle mani. Le cose degenerano e si finisce in tribunale. Poi degenerano ancora e una questione apparentemente privata diventa il palcoscenico su cui troppi altri attori approfittano per dire la loro.
La belligeranza e la competizione sono il motore che muove tutto il discorso, ogni lato del prisma mostra un qualche tipo di conflitto, che sia politico o familiare.
Inizialmente lo stile è quello della pièce teatrale, dove con inquadrature strette e battute affilate vengono rappresentate le tante voci di altrettante ragioni. Quando poi tutte queste tensioni sfondano i muri che le confinano, la luce accecante del mondo invade senza riguardo lo spazio privato dei tribunali e dei focolari domestici, riflettendo il caos febbrile di un territorio segnato da anni di guerre, rappresaglie sanguinarie e conflitti irrisolti e forse irrisolvibili.
Negli ultimi tempi ho finalmente messo a fuoco il fatto che le attività culturali (concedetemi il termine) che tendo a preferire sono quelle che spiegano le cose, quelle cioè che – oltre a meriti oggettivi/misurabili – offrono strumenti attraverso i quali interpretare meglio aspetti altrimenti oscuri. Sotto questa luce un film così é oro.
Anche perché mentre spiega intrattiene in modo avvincente: ci mette pochi minuti a prenderti, e poi ti tiene stretto fino alla fine con una tensione sempre alta, alimentata dalla bravura degli attori e dai dettagli di una sceneggiatura perfettamente oliata, lucidissima nel non lasciare indietro nulla e nell’offrire a ogni prospettiva il suo spazio.
La stretta micidiale del regista si allenta sapiente di tanto in tanto per far rifiatare lo spettatore prima di riprendere la corsa serrata attraverso colpi di scena e rovesciamenti di visuale. In quei momenti il ritmo rallenta qualche secondo concedendo attimi di tenerezza e di una specie di ironia, subito minacciati dalla continua inquietudine innescata dai troppi rancori che agitano il gioco.
Il senso del film in fondo è proprio nel monito che lancia, al di là delle amarezze legittime per fatti terribili avvenuti nel passato, quanto tempo e quanto sangue deve ancora passare per capire che senza interrompere il circolo vizioso si rischia di perdere ancora molto?

o, con altre parole:
https://youtu.be/KJb4tPih0ko

 

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