Une Vie (Una Vita)

il

una vita

7 giugno 2017

Senza stare a scomodare Maupassant, visto che nemmeno lo conosco, mi limiterò a descrivere la sostanza di questo film senza tirare in ballo il romanzo dal quale é tratto.
Attraverso il racconto della vita di una giovane nobile lungo la seconda metà dell’Ottocento, si descrive la condizione della donna e, di riflesso, di un’intera classe sociale che in quel secolo viene ribaltata dai mutamenti innescati dalla rivoluzione industriale.
Figlia di Baroni, ricchi proprietari di una ventina di fattorie, Jeanne cresce protetta dalla famiglia e dalla servitù in un contesto bucolico introdotta alle gioie dell’agricoltura. Fattasi in età da marito viene presentata a Julien, rampollo di una casata di visconti già in odore di obsolescenza.
Segue copula. E matrimonio. Quindi gli scazzi domestici tipici di una tenuta di campagna in quei tempi: “guarda qui, lasci sempre le candele accese!” e/o “con tutta ‘sta legna che bruci sai che bollette che c’aspettano!” eccetera.
Una volta insediatosi e allontanati i genitori, questo Julien non ci mette molto a rivelare la sua natura di predatore di doti e di fanciulle e a scaraventare l’ingenua moglie in un mondo di corna che neanche una foresta di cervi reali. Ma siccome “non si getta il bambino con l’acqua sporca” e “i panni sporchi si lavano in famiglia” e altri luoghi comuni così, alla poveretta non resta che accusare il colpo di buon grado per salvare il salvabile e le apparenze. Come al solito é la persona più ferita e oltraggiata che deve farsi carico in silenzio del danno e dei cocci per non disturbare il quieto vivere del parentado e delle conoscenze.
Nonostante cerchi ostinatamente e ripetutamente di costruirsi e godersi una nuova felicità piegandosi alle convenzioni, Jeanne si lascia tentare da un prete ad incarnarsi nella lancia che possa schiantare quel sistema fatto di ipocrisie ed umiliazioni. Perché gli apostoli dell’Amico Invisibile sono gli assi di briscola quando si parla di dire la verità. E infatti i tempi non sono ancora maturi per l’emancipazione dei sentimenti e la situazione non può che peggiorare in maniera inesorabile.
Il resto del film sono sfighe su sfighe su sfighe rese ancor più amare dall’alternarsi dei ricordi di Jeanne di un tempo in cui sperava ancora di essere felice.
La famiglia tranquilla e serena che trent’anni prima seminava nel suo giardino i frutti della prosperità, si ritrova a strappare erbacce mentre disperde il capitale in ardite speculazioni.
Il film si distingue dalla massa degli altri drammoni in costume per le velleità artistiche su cui si poggia.
Innanzitutto é distribuito in lingua originale (francese) per preservare la musicalità dei dialoghi e di certe poesie che illustrano in diversi momenti gli stati d’animo della protagonista. In secondo luogo é girato in un formato particolare, più stretto ancora del 4:3 televisivo, quasi un quadrato 1:1 che viene spesso occupato da una sola persona (quasi sempre la protagonista, più o meno con la stessa inquadratura), e che eventualmente obbliga più personaggi a condividere lo spazio stringendosi, suggerendo intimità o costrizione a seconda delle situazioni. È un trucco che funziona, ma che abbiamo già visto – molto più efficacemente e sorprendentemente – in quel capolavoro che è Mommy.
A dirla tutta anche la regia ha dei colpi: gli eventi vengono raccontati senza tanti giri di parole, anzi a volte gli sviluppi vengono anticipati allo spettatore prima che ai personaggi, per enfatizzare sia l’ineluttabilità di questi che la profonda ingenuità della povera Jeanne.
Il tutto é raccontato con un’ottima fotografia ed immagini suggestive, che per ambientazione e composizione possono ricordare certe cose di Monet.
C’é molta tecnica quindi, e molto mestiere, purtroppo però, anche se i singoli ingredienti sono buoni, mancano l’armonia ed il senso della misura necessari ad evitare di rendere indigesto un film di due ore in cui francamente ci si annoia da morire.
Oggettivamente faccio fatica a immaginare a chi possa piacere un film così, forse a qualche cultore del naturalismo francese, o magari agli appassionati storici, perciò non me la sento proprio di consigliarne la visione, anche perché attualmente in sala ci sono cose ben più interessanti. Personalmente l’avevo scelto perché cercavo qualcosa che mi distraesse dai miei guai, ma mi sa che era meglio se vedevo Baywatch.

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