Cuori Puri

il

cuori puri (2)

4 giugno 2017

È la storia di Agnese e Stefano, ragazzi che hanno nomi di santi e che se proprio non sono dei martiri, somigliano tanto a degli sconfitti. Agnese ha diciott’anni appena compiuti, vive a Roma, con la madre che la confina in parrocchia dove le sciacquano il cervello con robe assurde tipo la bellezza della castità o del senso di colpa.
Sotto lo stesso cielo, un paio di periferie più in là, si arrangia Stefano: qualche anno e un sacco di guai in più. Per campare fa la guardia alle cose, prima ai centri commerciali e poi ai parcheggi. Apoteosi dei non luoghi dove scolano i resti della società dei consumi.
Dopo un incontro fortuito, i due scorrono vite parallele finché si ribeccano e cominciano a frequentarsi.
Non sarà solo la differenza di età a remare contro, troppo diversi i due, troppo diverse le loro vite.
Il mondo di Stefano è quello delle nuove borgate, degli sfratti, dei genitori falliti da attaccare al muro, del precariato che ti soffoca e ti aliena con le sue regole del menga buone solo per fissare gerarchie tra poveracci. Se lui spiccia le sue serate tra calcetto di strada e coltelli tra i denti, Agnese indossa magliette con le battute di Gesù Cristo e festeggia compleanni al ritmo di graziesignorerazie. Sua madre, un’insopportabile Barbara Bobulova, la chiude sotto una campana di vetro: il terrore di smarrirla la porta oltre il ragionevole, probabilmente per evitarle gli sbagli che lei invece ha fatto. Ma la vita, si sa, scappa da tutte le parti, e quando una ragazzina si mette in testa una certa cosa, non ci son santi che tengano. Appunto.
Cuori Puri è un film bello e importante, la sensazione più veloce a farsi strada è di verità e vivacità, qualcosa dalle parti del neorealismo ma senza il suo strazio. I riferimenti più evidenti sembrano essere Pasolini e Zerocalcare, in un cortocircuito tra la grande tradizione dell’indagine sociale e quel gusto più fragrante e rustico che si ottiene quando ci si affida alla parlata romanesca (Romanzo Criminale, Una Vita Violenta, Er Monnezza, Francesco Totti and so on..). La cosa che però colpisce più favorevolmente è che sembra si sia finalmente introiettata la lezione di un certo cinema francese che accetta di calarsi nella realtà totalmente, senza scappare dalle sue contraddizioni, ma anzi (r)accogliendole a piene mani per farne un contesto vivace e un elemento narrativo sul quale costruire piani di lettura più ampi. Così in questo film i personaggi non parlano come un libro stampato, rivisto e corretto in favore del politically correct (a parte la bobulova ma cosa ci vuoi fare..), ma riportano come uno specchio il polso dell’Italia più sofferta e più diffusa. Il punto di vista generale non è certo la versione addomesticata che “sarebbe meglio dire”, ma è quello del bar, un misto di confusione ed esasperazione innestato con leggende metropolitane. Quello che la “ggente” sa e ripete è quello che impara da canale5, dal tg1 e da facebook. Così gli zingari sono “demmerda”, e i profughi beccano “vitto alloggio e quaranta euro al giorno” mentre “i poveracci come noi stanno per strada”. (Forse l’unica concessione alla prudenza pare essere il diciottesimo compleanno della protagonista, provvidenziale per evitarsi grane legali…) Niente male per una produzione italiana, a maggior ragione perché ci sono dentro anche i soldi della rai. Evidentemente qualcuno deve essersi distratto al momento delle firme 🙂
Il regista si chiama Roberto De Paolis, è un ’80 e questo è il suo primo lungometraggio (portato pure a Cannes). Possiede uno sguardo sensibile ed una mano ferma. Sa cosa farti vedere e fino a che punto accompagnarti. Indugia su certi scorci riuscendo a far raccontare alle immagini pezzi di film liberandole dalla gabbia delle inutili didascalie. Si avvicina all’intimità dei suoi personaggi invadendone la privacy per creare l’empatia ed il giusto coinvolgimento ma rinuncia a certe sfacciataggini di moda, anche se potrebbe benissimo permettersele.
Anche le scene della parrocchia sono emblematiche della qualità della sceneggiatura: le parabole spiegate dal prete ai ragazzini sono storie a prima vista edificanti, dotate di una logica ferrea e a loro modo convincenti, eppure proprio questa loro incontrovertibilità stride con la realtà esteriore e interiore che Agnese vive. Questo conflitto restituisce perfettamente il senso di sottile claustrofobia che soffoca la ragazza.
Insomma un film scritto e girato con molta cura, in cui le risposte arrivano appena nascono le domande, mantenendo sempre la storia avvincente e non lasciando allo spettatore l’occasione di stancarsi.

 

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