Suburbicon

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suburbicon

7 dicembre 2017

Se può essere vero che chi va con lo zoppo impara a zoppicare, il contrario resta ancora tutto da dimostrare.
Come non basta mangiare una pizza con Usain Bolt per vincere i cento metri il giorno dopo, allo stesso modo non è sufficiente frequentare i fratelli Coen per esserne all’altezza. Coi suoi lavori precedenti George Clooney ha dimostrato ottime doti nel dirigere impianti classici, tradizionali, basati su storie belle dritte, con un inizio, una fine e una trama robusta a tenere su tutto per bene.
Questa volta però si è fatto ingolosire da un’idea ambiziosa: realizzare un film politico in forma di allegoria, che parlasse dei pericoli della società di oggi senza dare troppo nell’occhio.
Per prima cosa dunque ambienta il suo racconto nel 1960, prima di quel ‘63 che per gli americani simboleggia – con l’assassinio di Kennedy – la fine delle illusioni post belliche e la perdita dell’innocenza.
In quel tempo Suburbicon è una comunità residenziale dai toni pastello che vive il suo momento di splendore ai margini delle grandi città verso le quali si propone come alternativa tranquilla e armoniosa.
Tra tutte le sue casette basse coi prati rasati e le cadillac sul viale, ce ne sono due vicine, abitate da altrettante famiglie le cui vicende si sviluppano parallele creando l’allegoria inseguita dal regista.
Nella prima casa, l’arrivo di una famiglia di colore sbugiarda l’ipocrisia e la paura degli abitanti del borgo, il cui idillio si scopre strettamente e meschinamente riservato ai soli cittadini bianchi, anglosassoni e integrati, che a protezione del loro ideale effimero e illusorio, si ribellano alla presenza dei nuovi vicini in un’escalation di odio che passa dal fastidio ai dispetti al vandalismo all’aggressione.
Nella seconda villetta un bambino affronta una serie di situazioni drammatiche che lo costringono a crescere in fretta e a dubitare della stessa propria famiglia.
Questa seconda storia conta sulle buone prove di un Matt Damon imbolsito e distratto e di una Julianne Moore brava in un doppio ruolo che richiama lontanissimamente Vertigo, e dovrebbe essere in realtà la colonna portante del film, quella che attraverso il thriller intrattiene lo spettatore, mentre la prima resta sullo sfondo e lo fa riflettere quasi inconsciamente.
L’idea di base è piuttosto chiara: oggi più che mai, negli Stati Uniti (e per estensione nel resto della “civiltà occidentale”), si idealizza un passato mitico e mai esistito nel tentativo disperato di evitare le pressioni della disuguaglianza sociale e dell’integrazione di flussi di persone alla ricerca di opportunità di vita migliori.
Tutta la retorica del suprematismo bianco è rappresentata dalla middle-class bigotta e crudele che si arrocca nella sua gabbia dorata respingendo gli intrusi ma lasciando comunque intravedere ulteriori motivi di conflitti (protestanti contro cattolici contro ebrei contro episcopali).
Ragionare sul fatto che la migrazione sia una costante nell’evoluzione dell’uomo o sul fatto che le disuguaglianze di oggi siano le figlie di prime nozze di decenni di sfruttamenti e di colonialismo spregiudicato è troppo impegnativo, meglio dunque affidarsi all’idea che “una volta non era così” e spargere la voce che quando non c’erano “loro”, “noi” stavamo meglio.
D’altra parte, nella seconda storia si racconta di come, mentre si inseguono questi miti, un’intera generazione stia crescendo abbandonata a se stessa, lasciata sola davanti alle minacce di un mondo rapace e avido che insegue desideri individuali piuttosto che valori condivisi, e che nemmeno nelle generazioni precedenti (i genitori del ragazzo) può sperare di trovare una guida affidabile.
Procedendo nella visione appare chiaro quanto l’intenzione pedagogica e morale prevalga sull’efficacia del racconto che dovrebbe veicolarla. L’urgenza nobile e assolutamente pregevole di Clooney, ma forse anche un po’ la vanità di dimostrarsi bravo, lo portano a trascurare quegli elementi essenziali alla buona riuscita del film. Le carte del giallo vengono scoperte troppo presto, e la tensione che si sarebbe potuta generare dal pericolo ormai svelato viene stemperata da episodi che giocano troppo col grottesco. Un azzardo che presuppone abilità non alla portata di tutti, e che, difatti, non funziona.
Se la mediocrità e le stranezze degli abitanti di Fargo costituivano le caratteristiche che agganciavano lo spettatore ai personaggi, nessuno (spero) vorrebbe assomigliare ai vili e irosi residenti di Suburbicon.
Questa mancata immedesimazione si fa sentire e contribuisce a percepire il film come qualcosa di pericolante, una costruzione che si compone di buone parti ma non riesce a trovare la giusta amalgama per stare in piedi.
In queste condizioni anche la metafora proposta, per quanto stuzzicante, risulta troppo debole e finisce per confondersi in un risultato un po’ caotico dal quale riesce ad affiorare chiaramente solo il giorno dopo la visione.
C’era parecchia carne al fuoco insomma, e gestirla non era facile, infatti troppi elementi scappano dalle mani di Clooney che in conclusione paga lo scotto per aver preteso troppo dalle sua capacità. Peccato George, non hai vinto ritenta.

 

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