Manchester By The Sea

il

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24 febbraio 2017

Se non fosse uscito “I, Daniel Blake”, questo sarebbe per me il miglior film dell’anno.
Visto che agli Oscar premiano solo i film americani, il mio tifo spudorato va tutto qui.
Ma andiamo con ordine.
Questa Manchester non è quella Manchester, questa è negli USA, poco più a nord di Boston. Son quei nomi tipo Milano Marittima o Boulogne sur Mer, che alla fine non c’entrano un cazzo.
Comunque in questa Manchester c’è nato Lee, che adesso però vive vicino Boston e per mantenersi fa il ciappinaro. Lee è parecchio male in arnese e si trascina tra questi lavoretti di manutenzione in modo sgarbato, limitando allo stretto necessario i contatti umani e tagliando corto appena si può. Mi ricorda qualcuno. Qualcosa dentro di lui è andato da male, e le uniche persone che lascia avvicinare sono quelle che cerca di pestare al bar. Un bel giorno una disgrazia lo richiama al paesello dove sarà costretto a spicciare certe brighe delle quali farebbe decisamente a meno. Nel suo soggiorno a Manchester divide le giornate con il nipote Patrick, un cinno sveglio nel quale poco a poco scorge un’alternativa al suo modo cupo di vedere la vita.
Tra un flashback e l’altro veniamo così messi a parte del passato di Lee, della sua ex moglie e dei loro figli, e dell’insopportabile pena che gli trafigge il cuore inchiodandolo ad una croce che non smette di portare.
A questo punto chi non si sente toccato e commosso é uno che non ha mai fatto una cazzata, oppure é uno che un cuore proprio non ce l’ha.
Questo è un film che fa male, molto molto molto male. Mi sa che era dai tempi di Her che il colpo non andava così a fondo. A un certo punto, dopo che comunque già la voglia di ridere t’è passata da un pezzo, il film diventa una specie di volvo da due tonnellate che ti investe e ti passa sopra, poi mette la retro e ti torna a passare sopra. E lo fa ancora, due o tre volte. Perché qui si vuole essere sicuri di fare male, di spaccare tutto, di sciogliere ogni resistenza per entrare in comunione con un disagio ed una pena talmente solitarie da riguardare inevitabilmente tutti. Però poi non ci sono solo ospedali e pompieri e guardie, ogni tanto salta fuori una gag o una battuta folgorante, piccole scintillanti perle di ironia e comicità che ti spiazzano completamente, proprio mentre sei lì tesissimo che ti tieni stretto alla sedia perché cazzo sei un adulto, non ti puoi mica mettere a piangere al cinema per dio, allora invece qualcosa scappa via, e va là che le luci sono spente.
Tutto il film è condotto con grazia e misura ineccepibili, gli attori sono tutti strabravi e vorresti solo chiedergli di andarci più piano.
Poi lo so che ci saranno anche mille allegorie e metafore da indovinare, che qualcuno un giorno scriverà di una generazione che non ha gli strumenti affettivi per tirare avanti, che è schiacciata da un senso di colpa cosmico, incapace di comunicare con dei figli che non sanno decifrare, ormai incatenati ad esperienze social più o meno virtuali. Queste e altre mille chiavi di lettura saranno nascoste nei dettagli di questa regia e messa in scena perfette. Io lo so che da qualche parte queste altre cose ci sono. Però tra le lacrime si fa una gran fatica a vedere.
e meno male che oggi piove.

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