Loving Vincent

il

loving vincent (2)

18 ottobre 2017

Sul solco di quel gioiellino che è stato “Shirley – Visioni della realtà” (dedicato alle opere di Edward Hopper), e del notevole “I Colori della Passione” (su Bruegel il Vecchio), anche in questo caso si tenta l’esperimento di innestare la narrazione filmica con l’estetica e i capolavori di un artista celeberrimo ormai istintivamente riconosciuto per la particolarità della sua mano.
A differenza dei precedenti già citati, in questo caso tutte le sequenze recitate sono state ridipinte per fonderne il look con le ambientazioni più propriamente fedeli ai quadri più famosi e suggestivi di Vincent Van Gogh.
Il gioco funziona e l’effetto è davvero piacevole e immersivo (nonostante il film sia girato in 4:3 anziché in un formato panoramico). Le tipiche pennellate ricche e dense e la luminosa esplosione di colori fissano da subito il punto di attrazione della pellicola che, partendo dall’episodio della morte, ricostruisce la figura del grande artista attraverso l’indagine postuma del figlio del postino di Theo e Vincent.
I luoghi e i personaggi ritratti da Van Gogh si staccano dalle tele che li hanno resi immortali per abitare uno spazio di movimento e parola in cui possono finalmente dire la loro sul rapporto e le relazioni con il Genio.
Il racconto parte malino in realtà, i primi quindici/venti minuti sembrano piuttosto didattici, con una serie di personaggi secondari che si limitano a mettere in fila i cenni biografici che chiunque sappia due cose ha già ascoltato e letto decine di volte nei vari special o sui pannelli delle tante mostre visitate.
Col proseguire dell’indagine però la storia prende una piega decisa verso il giallo (il genere, non il colore) orientandosi sulle diverse congetture che negli ultimi anni hanno ribaltato la teoria assodata del suicidio. Dagli angoli bui di una vicenda mai realmente chiarita emergono sospetti proprio su quei personaggi che, da anonimi comprimari, acquistano insieme a potenziali moventi, anche le sfaccettature e le tridimensionalità che probabilmente devono aver acceso l’interesse del pittore. Avvicinandosi alla verità – o almeno alla fine dell’indagine – il film sfiora momenti di vera commozione approssimandosi anche all’anima e al cuore di un uomo braccato da un continuo e manifesto sentimento di inadeguatezza, anche di fronte a colleghi più o meno maudit.
Più si va avanti più cresce la consapevolezza che l’etichetta di “documentario strano” vada stretta a un film a cui un gruppo di produttori, registi, attori (e pittori) è riuscito a infondere una vena di sincera sensibilità e passione per un’artista capace di trovare un linguaggio così fragorosamente espressivo e riconoscibile da arrivare in pochi anni a essere acclamato universalmente come il padre dell’arte moderna.
Se non siete riusciti a vederlo lunedì o martedì, mi sa che oggi vi tocca fare una corsa in un qualche multisala. Ieri sera la sala grande dell’Odeon era piena di gente e davvero non si capisce il perché di una programmazione così sacrificata per un film che, seppur presentato in un ciclo di documentari sull’arte, vale qualcosa in più di un’unica prima serata e di una manciata di pomeriggi.

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