In Between

il

in between

14 aprile 2017

(perché il titolo italiano non si può sentire)

La primissima scena sembra raccogliere il testimone da un film di ormai dieci anni fa, che si chiamava Caramel e raccontava di un gruppo di amiche nel Libano alla vigilia dell’attacco di Israele.
Questa è invece la storia di tre ragazze di confessione e/o cultura araba (seppur con diversi gradi di osservanza), che vivono a Tel Aviv, dove gli arabi sono mal tollerati.
Layla e Salma sono amiche e dividono l’appartamento. La prima a San Giovanni farebbe la parrucchiera, ma a Tel Aviv pare Belen Rodriguez e fa la figura della emancipatona selvaggia. La seconda ha qualche spigolo in più e un rapporto con gli uomini e con la famiglia (e con tutto quello che ci si aspetta da lei) che proprio non si riesce a far stare in piedi. Queste due fanno di tutto per vivere una vita che somigli il più possibile al loro ideale “occidentale” (sto semplificando per l’amordiddio): tirano tardi, hanno amici gay, bevono e si fanno le cannette. Un giorno dalla campagna arriva in casa la terza, una certa Nour, parente di non si sa bene chi, sicuramente un po più rigidina delle prime due. Nour si porta appresso il fidanzamento con un ceffo che levati, anche lui supercalifragilistichereligioso.
Tutte e tre oltre allo svago cercano l’amore, o qualcosa che ci vada vicino. Tutte e tre ci dovranno fare i conti.
In between vuol dire prese in mezzo, e le tre protagoniste sono davvero prese in mezzo da un sacco di roba: dagli uomini, dai costumi e dalle voglie, dalla religione e dai limiti di una città che come estremo spasmo di libertà può al massimo arrivare a farsi le canne.
Sta cosa della droga fa un po tenerezza: essendo argomento tabù alla luce del giorno, diventa questione da trattare solo in intimità, tra persone di cui ti fidi, perfetta testa di ponte per chi vuol flirtare e non sa come approcciare. Forse doveva essere così, ma dal risultato sembra più che altro che i ragazzi non sappiano cosa dirsi, perché poi prima o dopo i nodi vengono al pettine.
Così come in questo film, che nonostante le buone intenzioni di sceneggiatura mostra parecchi limiti e spesso pecca di ingenuità. Volendo combattere gli stereotipi finisce per dotarsi di armi altrettanto banali (la sciantosa, la timorata di dio, la lesbica), peccato perché in certi momenti riesce davvero a mostrare qualcosa di vivo e di sincero, come nella brutale scena centrale, vero ventre molle di tutta la narrazione, che sembra quasi volersi avvolgere su se stessa a protezione di questo significato più prezioso e fragile. Davvero troppo fragile però, infatti la sensazione finale è quella di trovarsi davanti ad un “vorrei ma non posso” che riguarda sia le vicende raccontate che i modi in cui lo si è fatto. Sebbene il film sia in fondo sacrificabile, la regista è comunque alla sua prima prova e tra le righe scappano indizi che lasciano ben sperare per il futuro.

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