I am not your Negro

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i am not your negro

24 aprile 2017
James Baldwin non lo conoscevo. È stato un intellettuale americano con molte aderenze in Europa. Viene ricordato soprattutto per il suo impegno per i diritti civili dei neri tra la fine degli anni ‘50 ed i ‘70.
Questo profondo documentario si appoggia sul lavoro di Baldwin – interviste, conferenze, testi – che il regista taglia e ricuce per costruire un racconto che leghi insieme tre delle più significative amicizie dell’autore: Medgar Evers, Malcolm X, Martin Luther King.
La voce narrante è quella di Samuel L. Jackson, le immagini che contestualizzano i passi scelti sono trasversali, ci sono spezzoni di vecchi film, stralci di spettacoli televisivi, video più o meno amatoriali che raccontano di soprusi, pestaggi, violenza. Queste immagini partono dagli anni venti ma non si fermano ai settanta. Sotto la voce di Baldwin/Jackson passano i nostri anni, i nostri giorni: Rodney King, Trevor Martin, Columbine, Ferguson. Immagini che espandono il pensiero di Baldwin oltre la sua stessa esistenza. L’eredità della sua testimonianza è nella lucidità del suo pensiero e nella chiarezza espositiva con cui lo racconta.
Intellettuale, pacifista, gay, precocissimo osservatore della realtà e suo straordinario relatore, non sono pochi i punti di contatto con la figura di Pasolini. Difficile non metterli in collegamento mentre lo si vede rispondere ai suoi intervistatori ancora imbrigliati, allora e per sempre, in una retorica oppressa ed oppressiva, mordendosi la lingua per trovare le parole ed i tempi giusti per spiegare la sua idea: che il problema razziale è prima di tutto un problema dei bianchi, e non dei neri. Che l’uomo bianco cavalca l’ideologia razziale perché ha disperato bisogno di un nemico da combattere e contro cui fare fronte comune. Un bisogno probabilmente nemmeno consapevole, qualcosa di psicologico e profondamente culturale.
Il film è incentrato su di uno scenario ben circoscritto: la questione razziale tra gli anni cinquanta ed oggi, la ricerca di un modo per difendere la propria dignità ed imporre la propria identità da parte dei neri, e come la cultura bianca reagisca a queste pulsioni in modo sempre diverso, reazionario o paternalistico, ma mai pronta ad accettare l’integrazione fino in fondo, mai disposta ad abbandonare l’idea che il colore della pelle possa rappresentare una discriminante tra un essere umano ed un altro.
Eppure, nonostante questo rigoroso inquadramento, credo che l’utilità di questo documentario si estenda fino a noi, ad un territorio che non sia gli U.S.A e ad una società che non sia quello delle pantere nere o del white power. Osservando con quali argomenti e con quale brutalità un mondo ricco e prospero come quello degli Stati Uniti abbia risposto alle istanze di una parte della propria comunità, e facendo il confronto con i tanti di noi che oggi, quasi sulle stesse basi ideologiche, culturali e razziali, pensano di poter fare a meno di una parte del mondo, credo davvero si possa cogliere l’opportunità di fermarsi un attimo, tirare il fiato e fare un passo indietro, prima che dalle nostre paure non si possa più tornare indietro.

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