Borg McEnroe

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borg mcenroe

17 novembre 2017

Dove si racconta di quella volta che Bjorn Borg affrontò John McEnroe nella finale di Wimbledon.
Era il 6 luglio 1980, e tutti erano carichi da matti per assistere al match tra il n.1 e il n.2 del mondo.
Una finale annunciata e auspicata da molti, tra due atleti giovani ma già iconici, nati per essere l’uno nemesi dell’altro.
Björn Borg, svedese (Le-vov, Le-vov!), notoriamente freddo e meticoloso, aristocratico, l’uomo in cima alla collina che tutti vogliono abbattere.
John McEnroe, americano del Queens, talentuoso e irruento nastro nascente, già capace di battere più volte Borg, talmente affamato e aggressivo da attirarsi ogni critica e antipatia.
Due ragazzi, più che altro: 24 anni il primo, 21 il secondo, al centro di un circo in piedi per loro, sorretti e sospinti da padri più o meno putativi che ne forgiano il carattere e lo stile di gioco.
Due solitudini diverse enfatizzate da inquadrature che a volte (poche) li vedono dividersi con disagio lo spazio, ma che più volentieri si fermano alla linea di rete lasciando ognuno nella sua metà campo, solo.
Si arriva alla partita dopo quasi un’ora e mezza di avvicinamento, vissuta tra le due giornate precedenti la finale e diversi flashback che raccontano l’adolescenza dei due campioni e svelano quanto gli atteggiamenti esteriori siano a protezione della stessa implacabile voglia di vincere. Gli ultimi quaranta minuti sono tutti dedicati alla cronaca emozionale di una partita il cui risultato sarebbe meglio non sapere o non ricordare.
Non si può dire se quel match sia stato davvero il più suggestivo della storia del tennis(*), di sicuro se la gioca con pochi altri, e questo film ne enfatizza l’impronta lasciata scegliendo il registro epico per esaltare un momento di sport il cui pathos era già allora rumorosamente celebrato.
Immagino che sin dal primo trailer sia ben chiaro a tutti quanto il modello più vicino sia il Rush di Ron Howard. Stesse dinamiche nei due personaggi inizialmente distanti ma che si avvicinano, stessa esposizione mediatica, stesso momento storico e, più o meno, stessa iconografia ed estetica. Sottolinearlo è scontato e ovvio, ma farlo è utile non per togliere qualcosa, ma per precisare che nonostante il rischio di inserirsi in un “filone” (e accontentarsi di fare un film già visto), questo Borg McEnroe si dimostra sufficientemente robusto e potente da non finire spazzato via come una scopiazzatura; anzi riesce a mantenere ciò che promette grazie a una regia personale ma non invadente e agli attori che insieme si spartiscono le fatiche di sostenere due ore di una trama che al di là della cronaca avrebbe poco da dire.
Shia LaBeouf è davvero bravo, si impegna molto più del collega nel restituire al pubblico la tensione e l’impeto del suo McEnroe, la sua recitazione è molto fisica, giocata sia sui tic e sugli scatti nervosi che su gesti atletici generosi che gli permettono di essere inquadrato più spesso a figura intera durante gli scambi.
Sverrir Gudnason non sfigura ma la sua recitazione è molto più trattenuta, sia per la natura compressa del suo Borg, sia perché probabilmente a guidare la scelta del cast è stata più l’impressionante somiglianza col tennista che non le doti atletiche: nonostante il fisicaccio su di lui le inquadrature sono molto più strette, anche per permettere di scrutarne le emozioni sotto l’aspetto impassibile. Una soluzione elegante e efficace per ovviare a certe leggere carenze ed enfatizzare la distanza totale tra i due personaggi.
Questo tipo di film finisce sempre per girare sostanzialmente sugli stessi cardini, e accortezze come queste sono quello che serve per distinguersi; se Ron Howard ha alle spalle una palestra e dei mezzi che gli permettono di esaltare in Rush ogni aspetto spettacolare e adrenalinico, Janus Metz Pedersen non disponendo di tanta abbondanza si affida ad un occhio più intimista per esplorare le psicologie dei suoi personaggi e avvicinare queste divinità allo spettatore. Riesce così a firmare un film che scorre su binari collaudati senza rischiare passi falsi, in cui non manca nulla del repertorio di genere e che rende semplice e immediato per lo spettatore schierarsi con l’uno o con l’altro eroe assecondando l’indole di ognuno sull’onda dell’emozione.

p.s: (*) per gli appassionati, qui c’è un articolo con altri supermatch di tennis:

https://www.google.it/…/1697051-ranking-the-10-most-epic-ma…

 

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