Barriere

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2 marzo 2017

Ammazza che palle!
Siamo tra la fine degli anni cinquanta e l’inizio dei sessanta, a Pittsburgh, Troy Maxson é uno spazzino di colore che cerca di guadagnarsi lo stipendio conducendo una vita retta senza grilli per la testa. Troy ha una famiglia che potremmo dire allargata: é sposato a Rose da quasi vent’anni e da lei ha avuto un figlio, Cory, ora adolescente. Prima di Cory c’é stato Lyons, avuto fuori dal matrimonio con Rose. In piú bazzica la casa anche il fratello Gabe, che soffre di un grave ritardo cognitivo in seguito a ferite riportate durante la guerra. A sentire Troy lui é l’uomo migliore del mondo, che si sbatte dalla mattina alla sera per non far mancare niente alla sua famiglia e riuscire a camminare a testa alta. I suoi figli però (i figli di Troy) non la vedono allo stesso modo e preferirebbero coltivare passioni ed ambizioni personali. Perché stringi stringi questo Troy è uno che si parla parecchio addosso, cerando di autoconvincersi che ció che fa e che ha fatto sia giusto, mentre invece il suo passato ed il suo presente si rivelano ben più ambigui e torbidi di quanto il poveretto vorrebbe ammettere.
Attraverso il contrasto coi figli, Troy rivela la sua natura egocentrica trasformandosi da saggio padre di famiglia in una specie di orco al rallentatore che inghiotte ogni personalitá gli capiti vicino.
Denzel Washington é il protagonista, il regista ed il produttore di quella che non é altro che una trasposizione cinematografica di un’opera teatrale molto premiata. La natura dell’opera si capisce subito, dopo dieci minuti, dalla verbositá dei dialoghi e dalla fissità della scenografia, eppure passa piú di un’ora prima che accada davvero qualcosa. I primi settanta minuti sono Denzel Washington che non asciuga un attimo e fracassa le palle a chiunque gli capiti a tiro con delle supercazzole che nemmeno il conte Mascetti.
Col senno di poi si capisce che tutto quel tedio serviva a costruire un’idea del personaggio che deve successivamente essere decostruita, peró insomma, se tutto quello che sai fare come regista è imbastire un film come se fosse una rappresentazione teatrale, stai mancando di molto il bersaglio. Se nel teatro sei quasi costretto ad affidarti ai dialoghi e a doverti destreggiare all’interno di un palcoscenico limitato, il cinema dovrebbe darti molte piú possibilitá di allargare il discorso e liberare il respiro. Invece gli unici afflati che si sentono sono gli sbuffi di chi, all’ennesimo “mi ricordo quella volta che….” non ne può veramente piú.
Disgustorama, disgustomatico.

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