Tutta la vita davanti

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22/04/2008

Studia studia!

Roma. Marta si laurea in filosofia con centodieci e lode e bacio accademico. Dopo un exploit del genere, chi ti assume? E per fare cosa?
Le faranno sapere.
Intanto s’incastra tra il BabySitteraggio ed il telemarketing alla Multiple, vendendo aggeggi inutili a prezzi assurdi. Qui Marta scopre un microcosmo fatto di regole, divinità, performance, tutte su misura dell’Azienda. La realtà viene simulata, ricreata in scala ridotta all’interno del luogo di lavoro, che diviene impermeabile. Le uniche concessioni alla vita esterna sono costituite da quegli elementi utili all’omologazione, quindi al controllo. Reality, mode, gossip. Ogni elemento di disturbo viene rimosso e sostituito da modelli generati dall’azienda stessa. Le amicizie, gli amori, il tempo libero, tutto viene favorito e permesso solo se vissuto all’interno del rettilario. Si genera alienazione soffocando i contatti con la realtà. E si alimentano le illusioni di carriera giocando col sistema delle caste e dei premi.

“Fuori da qui non siete niente. Qui dentro potreste diventare qualcuno. Un giorno. Forse.”

Grazie a Dio la nostra Marta è una mosca bianca che, benchè preda della sua Dionea Insettivora, lotta per non farsi assimilare. Conosce così Giorgio, sindacalista, il cui intervento tenterà di sovvertire l’ordine aritificiale della torre d’avorio. Ma questa torre ha solide fondamenta, e potrà collassare su se stessa solo se infettata da batteri endogeni.

Quanto tempo abbiamo aspettato un bel film che parlasse dell’Italia di oggi? Che non fosse ambientato negli anni trenta, o cinquanta, o settanta. Eccolo. Questa è l’Italia di oggi. Trentenni inermi all’assetata ricerca di scampoli di stabilità, nel lavoro, negli affetti, per tentare di sfiorare fugacemente ciò che per i genitori è stata la normalità. Quarantenni induriti, sconfitti, particolari ormai integrati, lubrificante per gli ingranaggi della macchina inarrestabile.

Il film è una commedia senza pietà. Una sensazione di nausea riempie lo stomaco per larghi tratti. Ma l’angoscia per un presente sempre più grottesco, e per un futuro sempre meno probabile viene sapientemente misurata da momenti più leggeri, grazie a battute divertenti, ma soprattutto grazie alla simpatia dei personaggi.

Paolo Virzì affronta il tema centrale del precariato raccontando la storia di una protagonista ben riconoscibile, rinunciando dunque a sviscerarne forzatamente ogni possibile aspetto (per questo mi sembra più riuscito del pur bello Giorni e Nuvole, che invece si annacquava nell’intento di trattare l’argomento nelle sue infinite sfaccettature). Non è un film corale, dunque, ma è comunque un film che non si dimentica di nessuno. Al di là delle apparenze non ci sono macchiette. Tutti bravissimi gli attori (parere personale, su tutti la Ramazzotti). Sorpresa! È un gran bel film.

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