Vuoti a Rendere

vuoti a rendere

In pratica Pepa è uno a cui le cose vanno strette. Ad esempio i suoi studenti, così decide di mollare la scuola e di cercare una felicità che, a quanto pare, gli manca. Ma a sessantacinque anni, reinventarsi non è cosa semplice. In casa non ci si sta, che una volta che hai dato la polvere alle tende e messo l’olio alla porta, cos’altro puoi fare? E poi in casa c’è la moglie – sua vera spina dorsale – che con amore e tenera dedizione lo difende dalle eccentricità, e lo distrae dalle fantasie libertine. Ci vuole un altro lavoro allora, un’altra dimensione. Il rigore di Praga raffredda presto gli entusiasmi di una vita “en plein aire”, consigliando al vivace precettore un impiego più modesto, addetto al ritiro di bottiglie vuote all’interno di un supermercato.
Coniugando la sua istintiva curiosità con la copiosa carrellata di personaggi vari ed eventuali che trafficano per il negozio, Pepa intreccia dal suo nido di vetri un’efficace ragnatela di rapporti che trascinerà ciascuno fuori dall’empasse cui l’obbligo del ruolo lo costringe. Dalla verve del protagonista e dalle situazioni semplici ma gustose, esce una commedia a conti fatti piacevole, giocata più sulla simpatia dei dialoghi spesso brillanti e sulla tenerezza dei peccati veniali, che su certe gag forse non sempre riuscite. Sbavature rarissime comunque, che scalfiscono di poco il valore di una pellicola che sa mantenersi leggera e vispa.
La poetica di questo film sta tutta nella metafora dell’oggetto riciclato, che estinta la sua funzione (cioè privato del contenuto), scampa all’annichilimento riproponendosi a nuova vita. Il monito è quindi a non ridurre l’individuo a mero esecutore della funzione sociale che la vita gli assegna, e a non accontentarsi delle convenzioni quando queste precludano la strada alla ricerca della felicità.
D’altronde Woody Allen lo diceva già in Zelig: “il segreto è conservare bottiglie vuote”.

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