Videocracy

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Partendo dall’assunto che tira più un pelo di figa che un carro di buoi, questo “documentario” svedese racconta il vuoto culturale di un paese – il nostro – da tempo sedotto e ossessionato dalla chimera televisiva.
Infilando la lama tra lo schermo e la gente, l’autore sbircia da uno spazio immaginario il processo becero e brutale che si nutre delle illusioni delle persone per ungere ed alimentare la macchina dello showbiz, chiave di volta nell’esercizio di creazione e consolidamento del consenso al servizio del Potere.
Sotto l’occhio compiaciuto di un Silvio Berlusconi rappresentato come un Dio del Male, burattinaio onnipotente e spietato, si muovono personaggi che sarebbero anche grotteschi se non fossero così ricchi e influenti. Semidei che prendono corpo dalle ambizioni delle masse, che vivono sospinti dalla brama di chi vorrebbe ma non può. Le parabole di Lele Mora, magnaccia lascivo e fascista, e di Fabrizio Corona, Achille dei cazzi suoi, raccontano un vangelo squallido ed arrogante, un’apologia del lusso e del potere che offende l’uomo comune irridendo la morale e coltivando un cinismo insolente e feroce. Ai loro piedi scalpitano e si arrabattano individui (sub)comuni, accecati dal bagliore di un mondo che dista dal loro l’indefinibile spazio di un sogno. Uomini, donne, fanatici, che per l’imperdibile opportunità di tramutarsi in carne da cannone, sono pronti a rinnegare con entusiasmo la loro vita “normale” e ad ingoiare senza rimorsi la propria dignità.
Ma al di là dell’offesa e dello sdegno, cosa rimane di questo film la mattina dopo? Ben poco, in verità.
Non solo Videocracy non racconta niente di nuovo (e questo me lo aspettavo), ma rinuncia anche ad indagare, ad approfondire, ad azzardare una qualsivoglia disamina. La ricerca dello scandalo pare essere l’unica spinta di questo progetto. L’Olimpo perverso tratteggiato dal regista, viene avvicinato da immagini raccolte da prospettive inusuali, da riprese dai toni intimi e da confidenze rilasciate, pare, a cuor leggero. Insieme allo scandalo nasce infatti anche il sospetto: a chi giova un film di questo tipo? Perché personaggi simili dovrebbero acconsentire ad essere avvicinati e colti in atteggiamenti e momenti così delicati e, a volte, compromettenti? A conti fatti questi ceffi non ne escono neppure male. Chi ostenta un’aura di impunità, chi si adagia beato e placido su di una vita fatta di festini e di vacuità, chi, come Corona, gode della preziosa possibilità di snocciolare la propria filosofia senza scrupoli fatta di mosse calcolate e colpi perfetti. Il dubbio di trovarsi di fronte ad un machiavellico spot non può non colpire lo spettatore critico, che sfugga la tendenza di bersi qualsiasi cosa gli venga propinata.
L’ostracismo di rai e mediaset non è martirio sufficiente a santificare un lavoro che invece che convincere, perplime.
Non c’è inchiesta. Non c’è accusa. Non c’è niente di più che un dito puntato sul vuoto squallido di un paese che non fa che ridere della propria pochezza. A triste conferma di ciò, la reazione emblematica del pubblico in sala, che passa progressivamente dal bisbiglio indignato alla risata spassosa.

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