Valzer con Bashir

walzer con Bashir

Un branco di cani, affamati e rabbiosi, sveglia la coscienza di un ex-militare israeliano diventato regista. Sono cani fantasma, apparsi in sogno ad un amico, e lo costringono ad affrontare il mistero dell’amnesia che copre i suoi anni da soldato.
Scosso e sorpreso da questo blocco, rintraccia compagni ed amici di vent’anni prima per ricostruire la sua memoria, nel tentativo di lenire l’angoscia per un segreto che non ricorda.
Raccogliendo le testimonianze, l’indagine si sposta dal piano della storia alle profondità della psiche. Gli eventi svelano un’umanità deviata, indotta ad automatismi omicidi. Ragazzi cui un addestramento alienante nega misericordia e libero arbitrio, trasformandoli nelle armi dell’esercito più efficiente al mondo, estirpando ogni sospiro di pietà, concedendo spazio solo alla visione del nemico come bersaglio da colpire, ostacolo da abbattere, meglio, sbriciolare. I dubbi crescono, l’angoscia affonda il colpo, sospinta da una colpa che chiede ragione.
Gli aneddoti si accumulano ma non filano. Alcuni episodi vengono alla luce, ma il buio copre ancora i giorni della strage di Sabra e Chatila. La sola cronaca non consola un animo che ha voluto, dovuto, dimenticare. L’arcano sarà risolto grazie ai consigli di un amico psicologo, che tradurrà l’allegoria di un inconscio persuaso ormai al confronto tra la coscienza ed il senso di colpa.
Il film è di quelli importanti. Racconta e confessa l’umore di popoli senza scampo. Profughi la cui unica libertà risiede nella scelta tra il ruolo di vittima e quello di ribelle. Soldati cresciuti nella paura, coltivati in serre di cinismo e abnegazione, rassegnati all’idea che la vita sia un compito e la morte una missione.
La storia, autobiografica, è raccontata da un’animazione rozza solo all’apparenza. Uno stile essenziale e rigoroso, capace però di lasciarsi sfuggire certe finezze rivelatrici di quell’umanità che coinvolge i protagonisti nonostante la ferocia della guerra. Violente e frenetiche scene d’azione, evidenti omaggi a capisaldi come Full Metal Jacket e Apocalipse Now, si alternano ad immagini oniriche cariche di lirismo, che restituiscono ai personaggi la fragilità di chi si ritrova coinvolto senza motivo in un conflitto ineluttabile.
La cosa che mi ha colpito maggiormente durante la visione di questo film è stato il silenzio in sala.
Poche volte mi è capitato di condividere un silenzio simile, carico di rispetto, di pietà, e di quella sensazione avvilente di essere inermi di fronte ad una guerra verso la quale è davvero difficile assumere una posizione chiara e scrupolosa. Le ragioni dei combattimenti, la mostruosa disparità dei mezzi impiegati, i rapporti di forza e collaborazione sul tavolo, riempiono da anni le pagine dei giornali. Nonostante le evidenze, il balletto delle accuse e degli alibi procede incurante dei morti e degli appelli. La forza della diplomazia delle parole si è estinta ormai da tempo, mentre la violenza insiste nel generare altro dolore. La paura di una parte, e la rabbia dell’altra, continueranno a nutrire l’odio di chi è stato privato della pace, degli affetti, della semplice speranza di vivere senza la minaccia di essere uccisi per rappresaglia.
O per caso.

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