State of Play

state of play

Washington. Una mattina l’amante del deputato Collins finisce sotto la metropolitana. Quella mattina lo stesso politico, impegnato in un’importante inchiesta, viene sputtanato, coinvolto nello scandalo e screditato. A dargli man forte per uscire dalle pesti, Cal McAffrey, amico giornalista che somiglia tutto al Druggo. Questi, nel frattempo coinvolto in un articolo sull’omicidio di due ragazzi avvenuto la sera prima, si dedica anima e corpo alla ricerca di una verità che possa smacchiare l’immagine dell’amico. Affiancato da una giovane collega del gossip, affronta la sua indagine dall’alto e dal basso finchè, guarda un po’ tu, salta fuori che i due crimini sono collegati. La luce di questa nuova prospettiva, schiarisce la foschia sulle cupe manovre della potente compagnia paramilitare invischiata col dipartimento della difesa, al centro dell’inchiesta di Collins. Al cospetto di un intrigo così appetitoso, i due giornalisti persistono nella loro rischiosa ricerca, appoggiati dalla caparbia redattrice del loro giornale, un Washington Globe messo in ginocchio dalla crisi impietosa dei quotidiani, che implora ansimante la più piccola occasione di rilancio e di respiro. Penetrando nel dedalo, incalzati da nemici potenti e da un killer letale, i protagonisti di questa storia raggiungono un finale che forse allenta lievemente il pathos di un film in cui sono il ritmo e la tensione a fare da protagonisti, e si troveranno a confrontarsi sulle reali motivazioni delle loro scelte e su quanto siano saldi in loro i valori su cui basano la propria esistenza.
Piatto ricco questo State of Play. Amicizia, donne, politica, giornalismo, attualità. Ingredienti saporiti combinati con gusto e cotti a puntino. Per un film che, rinunciando a velleità artistiche e pretese morali, trova con le sole forze della sceneggiatura e del ritmo, la giusta via per centrare il bersaglio. Un film che vuole fare il film, insomma, e che ci riesce benissimo.

 

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