Snowden

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25 novembre 2016 ·

Un film di Oliver Stone su Edward Snowden. Premesse eccitanti, tonnellate di paranoie.
Il film racconta la storia dell’ex analista che nel 2013, dopo anni nei servizi segreti statunitensi, decide di rivelare ad un consorzio di giornali facenti capo al britannico The Guardian, l’esistenza di un sistema di tracciamento di metadati e di intercettazioni e raccolta di dati personali sensibili all’insaputa di milioni e milioni di persone nel mondo ed al di fuori di ogni regola.
Volendo farla semplice i fatti stanno così: per poter intercettare qualcuno, i servizi avrebbero bisogno di una particolare autorizzazione che può essere scavalcata o nascosta in caso di intercettazione che riguardi persona non residente negli Stati Uniti. Siccome la tecnologia di intercettazione funziona come una rete da pesca che raccoglie tutto, controllando una persona residente all’estero si ha indirettamente accesso ai dati sensibili dei suoi contatti, le cui intercettazioni vengono considerate coperte dall’autorizzazione anche se residenti negli Stati Uniti. La cosa fece scandalo, o avrebbe dovuto farlo, e mise in imbarazzo diversi politici europei a loro volta intercettati e ridicolizzati dalla posizione di subalternità rispetto agli USA, complicando temporaneamente le relazioni diplomatiche internazionali.
L’aspetto più scivoloso di tutto questo è che queste intercettazioni avvenivano con la collaborazione volontaria o coatta delle principali compagnie presenti su internet: apple, google, facebook, twitter, skype aol.
Oliver Stone era da parecchio che ci tirava in bocca a fare un film sulla faccenda di Snowden e dell’NSA (National Security Agency) e per riuscirci ha speso anni e soldi in trattative per l’acquisizione dei vari diritti.
Il regista, da sempre polemico col suo paese e deluso dalla presidenza Obama, in questi tre anni non ha mai perso occasione per rinfocolare la polemica e per rigirare il coltello nella piaga dello scandalo.
Ci si poteva quindi aspettare un lavoro appassionato e pungente, capace di picchiare forte sulle coscienze come Stone aveva già fatto tanto bene in passato (JFK o Nato il 4 Luglio), invece in questo film prevalgono la rabbia e l’indignazione per l’abuso ma non si riesce a metterne a fuoco l’entità e le implicazioni più profonde. Usando come centro della narrazione la stanza di hotel a Honk Kong dove si riunisce il primo team di giornalisti coinvolti, si racconta attraverso flashback, più l’uomo Snowden che non la vicenda in sé, enfatizzando il sacrificio personale ed il conflitto interiore tra il senso del dovere ed il senso di giustizia, probabilmente nel tentativo – esplicitato in testa ed in coda al film – di contribuire alla difesa del protagonista caldeggiando una grazia all’over-time da parte di Obama (che se aspetti Trump…).
Snowden si trova attualmente in Russia, protetto e insieme strumentalizzato da Putin che lo usa come arma ideologica e tattica, e proprio la ricostruzione del suo coming out, della successiva fuga e dei concitati tentativi dei servizi USA di impedirla, rappresentano la parte emotivamente più carica del film, che pur se girato bene, si perde in spiegoni troppo didascalici, risultando spesso privo di pathos e risolvendo la sua epica in un finale che tende più alla parabola dell’uomo solo che si batte contro un nemico smisuratamente più forte di lui ma riesce a metterlo nel sacco, che sul fatto che la nostra privacy ormai non ci appartenga più e che resti solo da capire chi sarà ad approfittarsi meglio di questa rivoluzione sociale e forse antropologica che tutti noi come razza umana stiamo attraversando.
Mi permetto un ultimo consiglio: guardatevi prima l’interessantissimo Citizen Four, il documentario con il vero Snowden girato nella vera stanza d’albergo, dalla vera quella e dal vero quell’altro, che spiega molto meglio la natura ed i rischi dello scandalo ed a cui questo film di Oliver Stone deve parecchio.
E poi mettete pure dei patacchini sulle webcam.

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