Si Può Fare

Si_puo_fare

Primi anni ´80. Nello è un sindacalista che non trova il suo posto. Troppo avanti per i colleghi, troppo indietro per la morosa. Allora il posto glielo trovano gli amici del sindacato, mandandolo a gestire una cooperativa di matti in un manicomio. Animato da buon cuore e spirito d´iniziativa, Nello si prodiga per offire ai suoi nuovi soci l´opportunità di una “vita normale”, con meno farmaci e più umanità.
L´allegra brigata s´inventa così azienda specializzata in rivestimenti in parquet, imbarcandosi in un´avventura che sembra una favola destinata ad un amaro risveglio, e che, invece, trova il modo di adattarsi al mondo che la ospita.
Leggendo qualcosa in giro, l´aggettivo che va per la maggiore per descrivere questo film è “delicato”.
Indubbiamente si avverte l´attenzione di trattare col massimo rispetto un tema scivoloso come quello della malattia mentale. Occorre essere abili equilibristi per sostenere solidarietà e pietas senza disconoscere la necessità di un trattamento medico e farmacologico. Assumere posizioni
superficiali significherebbe violare la sensibilità ed il dolore di tanti, e di tante famiglie impegnate quotidianamente nella lotta tra gli affetti e le responsabilità.
Ma al di là dell´argomento, sia detto senza troppa cattiveria, “Si può fare” sembra proprio un film fatto con la macchinetta. C´è l´operazione nostalgia, col ripescaggio degli anni ´80 (ed è sempre bene ricordare che “non si esce vivi dagli anni ottanta”). C´è la parabola dell´uomo impegnato, la storia d´amore messa alla prova. C´è il sogno ed il risveglio, la compagnia di svitati con annessi e connessi.
In fondo di originale non c´è tanto, anzi, certi personaggi e certe gag ricordano molto da vicino “Asini”, sempre con Claudio Bisio (che fa comunque piacere vedere fuori da Zelig), insinuando il sospetto di un riciclaggio di certe idee e di certi colpi felici.
In conclusione un film di cui si dice in giro un gran bene, ma che nonstante alcuni momenti toccanti, non riesce a schiodarsi dal “carino”.

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