Paradiso Amaro

paradiso amaro

Sarà forse stata la grappa prima del film, ma Paradiso Amaro mi è piaciuto molto.

Lo dice il nome, Matt King è un re. Amministra con discreto buonsenso un patrimonio trasmessogli fluidamente in eredità dai nativi hawaiani da cui discende. Primi tra i primi, questa progenie ricca e indolente vive possedendo senza colpa tesori di cui non sa disporre. Il Paradiso del titolo è fatto di luoghi sublimi e di agi esclusivi, di giornate oziose in cui non c’è altro che tempo, il sogno fatto realtà dell’infinita vacanza che tutti inseguiamo.

Ma contrariamente al luogo comune, pure in quest’eremo dorato anche i ricchi piangono, e l’Amarezza sta nella malinconia dell’eterno desiderare che le cose siano diverse, anche laddove le cose sono già diverse, sentimento sublimato dal viaggio di Matt, che si trova a raccogliere i pezzi della sua famiglia e incamminarsi alla ricerca del modo migliore per far fronte ad un lutto, non nel modo in cui uno vorrebbe vivere un lutto (magari anche immaginato privatamente, progettato e modellato sulle proprie filosofie e aspettative), ma così come tutti, come ci si riesce, costretto dalle vicende, dagli intralci e dalle relazioni che ci legano al prossimo.

L’arcipelago delle Hawai si presta così a rappresentare in modo sorprendentemente plastico ed efficace le tematiche più esistenziali che il regista tiene a proporre.

“Una famiglia è come un arcipelago, ognuno è un’isola, che insieme stanno vicine ma piano piano si allontanano”, dice più o meno Matt. In questo voyage la regia di Payne concede alla commedia meno di quanto ci si aspetterebbe, indugiando in momenti di dolore che amplificano altre difficoltà e altri imbarazzi.

Il tono del film riesce comunque a restare lieve, arrivando a toccare corde profonde mitigando l’invadenza con piccoli e riusciti espedienti, tutti riconducibili a quell’insieme di imperfezioni, difetti e falli che ci rendono ciò che siamo e che causano le collisioni che ci ammaccano, ci respingono e ci spingono verso altre isole, dove il raggiungerci o meno è rimesso sempre più alla specifica volontà e sempre meno al caso.

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