Hugo Cabret

hugo cabret

Curioso come i due film che secondo i pronostici si sono contesi l’Oscar parlino entrambi del cinema del tempo che fu.
Se The Artist vuole essere un riuscito omaggio all’epopea ed agli eroi del muto, Hugo Cabret di Scorsese ha l’ambizione di tendere ad un progetto più complesso e più ricco di chiavi di lettura.
La ricerca della meraviglia è il tasto più evidente su cui pesta il regista, che ambienta la sua storia nella più immaginifica delle città e cuce sceneggiatura ed inquadrature addosso ad un 3D che non resta un semplice valore aggiunto del film, ma ne diventa una delle colonne portanti.
Scorsese intende infatti creare un parallelismo tra il sense of wonder generato da questa (ormai non più) nuova tecnica, e l’antico brivido di stupore che dovettero provare quegli spettatori che ormai un secolo fa si trovarono ad assistere alla genesi di quella settima arte che si prendeva allora le misure, cercando il suo spazio tra le aspirazioni dei primi scatenati cineasti e le aspettative di un pubblico che si andava formando tra le grandi masse delle città industriali.
La storia di per sé è presto detta, negli anni venti del novecento, un ragazzino di nome Hugo Cabret è costretto dalla sua condizione di orfano e reietto a barcamenarsi all’interno della stazione ferroviaria di Parigi, tra la manutenzione dei numerosi orologi e la missione di portare a compimento la riparazione di un misterioso congegno meccanico avuto in eredità dal padre. In questa sua caccia al tesoro ad ostacoli si imbatte in Monsieur George, dispotico vecchio che dimostra verso il ragazzo sentimenti ambivalenti, da un lato l’istinto di respingerlo per la possibilità che possa aprire una breccia al ritorno di un doloroso passato, dall’altro l’intenzione di non separarsi del tutto dalla compagnia di un animo che sente affine. Il vecchio giocattolaio si rivelerà infatti non altri che il mitico George Melies, celeberrimo e prolifico cineasta, pioniere dei primi rudimentali ma efficaci effetti speciali.
Dall’incontro di queste due maschere piuttosto tipiche si sviluppa un altrettanto scontato intreccio che porta all’inevitabile lieto fine.
La trama va da sé che fa un po’ acqua da tutte le parti e si rivela presto come il mero espediente attorno al quale Scorsese imbastisce il suo personale e sentito omaggio all’invenzione del Cinema, sottolineandone a più riprese l’importanza esistenziale ed anche sociale che gli attribuisce come medium in grado di collegare l’uomo moderno a quella sua parte interiore e misteriosa  che trascende la razionalità e che sente sempre e da sempre il bisogno di lasciarsi ingannare ed illudere.
Tema, questo dell’illusione, che il giovane e piagnucolante Hugo esplicita più volte e su più piani, fino a spogliarlo di ogni metafora dichiarando schiettamente di sentire la necessità di credere a qualcosa che possa spiegargli il perché della morte del padre ed il perché della sua misera condizione.
È evidente come il film trovi la sua cifra nel corredo visivo e liberi la sua corsa prevalentemente nella seconda parte, sull’onda emotiva del recupero del lavoro di Melies e sul racconto accorato della sua parabola.
Paradossalmente sono forse il troppo affetto ed il personalismo a pesare su questa pellicola e ad impedirle di raggiungere il centro del suo bersaglio, perché Scorsese si impegna troppo a costruire un meccanismo perfetto che raccolga tutte le sue suggestioni e le sue ispirazioni. Oltre alle ovvie sequenze da cinefili infatti, non sarà difficile per lo spettatore ritrovare spunti e rimandi letterari più o meno velati, da Oliver Twist, al Quasimodo di Notre-Dame, passando per Robin Hood e il Capitan Uncino di Peter Pan. Nelle due ore e passa di corse e rincorse di Hugo Cabret, il regista addobba il film con tante citazioni, anche iconografiche, che pur se gradevoli appaiono infine troppo ammiccanti e quasi scontate.
Tolta l’operazione nostalgia, quindi, resta un film che seppur in certi momenti riesca amaro ed in grado di inquietare, appare pensato a misura di bambino (a memoria non ricordo “parolacce”), che si preoccupa più di stupire che di raccontare, ma che non aggiunge niente di nuovo a quanto già visto (soprattutto a chi quest’anno ha avuto modo di vedere sia The Artist che Midnight in Paris di Woody Allen.)
In questo sta la differenza con The Artist, che al suo intento apologetico riesce a unire una trama essenziale e convincente, una recitazione superlativa e la meraviglia per le deliziose invenzioni alle quali si appoggia per sopperire alla mancanza del sonoro. Una combinazione di fattori che produce un risultato molto più caldo ed avvincente, capace di farti lasciare la sala con la piacevolissima sensazione di essere stato bene e di aver assistito a qualcosa di veramente bello.
Differenza di approccio e di risultato che l’assegnazione finale degli Oscar ben sottolinea e consacra anche se, a parer mio, il film dell’anno resta Drive.

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