Knight of cups

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knight of cup

17 novembre 2016 ·

Terrence Malick una volta faceva un film ogni morte di papa.
Con l’etá e forse anche con la crisi dei mutui subprime la sua produzione si sta incrementando.
In questo ultimo suo riprende il tema della ricerca del senso dell’esistenza di The Tree of Life (bello sempre in qualsiasi modo lo si guardi o venga montato) mentre per lo stile sembra di continuare la visione del suo ultimo To The Wonder.
Come da dichiarazione spontanea dell’autore in principio del film, Knight of Cups racconta il percorso di maturazione di un uomo attraverso una rappresentazione onirica. L’uomo é Christian Bale e la metá del tempo di questo sogno la passa sul bagnasciuga di un posto che sembra Los Angeles, per l’altra metá invece si aggira come un cane in chiesa per spazi metafisici illuminati da chiaroscuri decisi e razionali in cui non si vede mai nessuno a meno che che il protagonista non lo debba incontrare. Queste interazioni sono composte da maschi impaccati di soldi e da una popolazione di strepitose ventenni in fiore che se esistesse una parola per descriverle non potrei neanche scriverla.
A tratti sembra di rivedere un remake de La Grande Bellezza, con lo svogliato protagonista che fende ambienti e situazioni trasudanti una decadenza da fine impero (questo impero “consumistico-occidentale” che pare ormai agli sgoccioli), e continuamente attratto da paesaggi più radicali, in cui l’uomo è assente e in cui la forza degli elementi naturali pare quietare e a volte ridimensionare i suoi turbamenti.
In realtá il contesto, con tutto quel glamour e tutta quella regia stilosa rischierebbe di risultare alquanto stucchevole se Malick non seminasse qua e là piccoli indizi a suggerire un disegno più elaborato dietro quella patina da richie rich.
A cominciare ovviamente dai tarocchi, con il loro carico di predestinazione ma anche di elaborazione, col loro senso di scoprire il futuro guardando al passato. Il Cavaliere di Coppe del titolo é un tarocco, che indica appunto il cammino deciso ma ancora incompiuto di una persona sensibile che attraversa la vita cercando di raggiungerne il significato piú profondo. E tarocchi (arcani maggiori) sono le altre carte che scandiscono i capitoli di un racconto che non segue un percorso lineare, ma gira intorno a se stesso e ci costringe a guardare in basso per non inciampare in questa specie di sogno spaccato per terra del quale possiamo vedere i pezzi che ci é però impossibile ricomporre.
Veniamo così a sapere di una famiglia travolta da un lutto oscuro, di un’ex-moglie e di un figlio forse nato o forse no, forse legittimo o forse no.
Le intenzioni erano buone, i livelli di lettura sembrano essere anche altri, ed il finale svela in effetti l’artificio di questa forzata scenografia, purtroppo però questi estetismi e stilismi prevalgono sul doppio fondo che il regista avrebbe voluto, e finiscono per appesantire eccessivamente un film che si va placidamente a parcheggiare in quella categoria un pò noiosa de “il grande maestro ti spiega la vita”.

p.s: sarei proprio curioso di sapere cosa pensa una donna quando vede un film come questo…

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