American Pastoral

il

american pastoral

5 novembre 2016 ·

(lunghissima perchè doppia)

Recensione senza il libro
Seymour “lo Svedese” Levov è il simbolo vivente dell’American way of Life. Campione di football al liceo, eroe della seconda guerra mondiale, di tradizione e cultura ebraica ma non ortodosso, sposa Miss New Jersey, succede al padre alla direzione dell’azienda di guanti che resiste alle logiche di mercato e offre ai neri opportunità di emancipazione negli anni più caldi delle contestazioni razziali e sociali. Tutto alla grande dunque. Neanche un po’. Perché la vita dello Svedese non va come ci si aspetterebbe date le premesse, ma inciampa in una serie di disgrazie familiari che vanno di pari passo con la Storia, e attraverso la vita di questa leggenda vivente assistiamo a cinquant’anni di storia americana durante i quali il sogno sboccia fiorisce e conquista per poi improvvisamente appassire e marcire tra le nostre mani impotenti.
Questa è la trama e questo è, più o meno, il senso che si dovrebbe evincere da un film che però non riesce a sorreggere il peso di tanta ambizione. Ewan McGregor alla regia assomiglia di più a Renton che ad Obi-Wan. L’incertezza della mano inesperta si vede tutta, e spesso le scelte di regia prendono la facile piega della “maniera” (ad esempio nella scena della perquisizione), e non bastano una fotografia veramente ottima e una colonna sonora spesso invadente a mascherare i limiti di un regista alle prime armi.
Il difetto più evidente è comunque nella frammentazione del trattamento della vicenda. Fingendo di non aver letto il romanzo ho cercato di seguire il film partendo da zero, ma l’impressione finale è di una serie di sketch ambientati a qualche anno di distanza l’uno dall’altro, e mi piacerebbe chiedere a chi ha visto il film a digiuno del libro (vedi sotto) per sapere se anche a loro appaiono inspiegabili certi bruschi stacchi tra una scena e l’altra. Stacchi repentini che spezzano il ritmo del racconto e non permettono di mettere bene a fuoco quel filo rosso che dovrebbe srotolarsi durante gli anni per tenere insieme varie epoche che fluiscono una dentro l’altra conferendo al tutto l’epicità ed il senso che si va cercando. Perché è chiaro che il film vorrebbe raccontare un’epopea americana dal punto di vista di una vita privata (tipo come Forrest Gump, diciamo), ma dura poco più di un’ora e mezza, e in tempi in cui anche i film degli Avengers superano abbondantemente le 2 ore, francamente non si capisce il perché di tutta questa fretta.

Recensione con il libro
Avrei voluto riuscire a parlare del film senza parlare del romanzo di Philip Roth, perché sapevo che sarebbe stato ingiusto ed impietoso creare un parallelo tra le due cose, ma davvero non mi è riuscito.
Questo sembra essere ormai l’ottavo tentativo di conversione di un suo romanzo in un film ma nonostante le diversità di cast, produzione, budget, la varietà di talenti impiegati e spesi, nessuno di questi tentativi ha dato corpo ad un film di valore. E non sto parlando di un film che renda giustizia al libro da cui è tratto, anzi, tutti i film (almeno quelli che ho visto) sono aderenti ai fatti raccontati, ma nel trasloco dalle pagine alla pellicola perdono l’unica cosa che avrebbero dovuto conservare, l’anima, il respiro, il timbro poderoso ed inarrestabile di Roth. Ogni volta questo aspetto così fondamentale, senza il quale non si spiegherebbero l’importanza il successo e l’universalità di Roth, viene delegato all’onnipresente e maledetta voce fuori campo. Una vigliaccata che rappresenta la morte civile di ogni singolo film che la utilizzi.
qui ‘è un elenchino:
http://www.nj.com/…/filmic_roth_eight_times_newarks_novelis…
Quest’ultima trasposizione non è da meno, il film di McGregor si limita a raccontare il romanzo, lo fa in modo onesto, anche coraggioso, affrontando a viso aperto anche i risvolti più scivolosi e pericolosi della vicenda, come gli ammiccamenti a pedofilia e incesto, ma il problema è che lo fa indossando i guanti, come quegli studiosi che sfogliano i rari manoscritti medioevali ammirandoli con il terrore di sciuparli, di sporcarli e di contaminarli. Ma questi romanzi sono cosa viva, le pagine di American Pastoral urlano e sanguinano, ti seducono e ti umiliano, e vogliono essere contaminate e raccontate da un voce viva, perché parlano di cose che riguardano tutti e che sono vive sempre. Si vede bene che McGregor apprezza il libro, lo rispetta e lo ama al punto di voler rischiare l’impresa di portarlo al cinema (che è come guidare una panda agli ottanta contro un tir), ma non l’ha introiettato, non lo ha fatto suo, non riesce a cavalcare la tigre e a farsi portare. La resa del personaggio dello svedese è emblematica.
Il Levov di carta è saldamente persuaso di essere l’artefice del proprio destino, è convinto che dalla bontà delle sue scelte dipenda l’evolversi della sua vita, e non perde tempo né occasioni per agire e per fare qualunque cosa sia la cosa giusta da fare.
Nel film invece il suo personaggio non ha un briciolo di questa forza, di questa identità e di questa tenacia, la sua figura è impalpabile, è un uomo buono che si lascia attraversare dagli eventi sgranando gli occhi e portando pazienza, non incazzandosi mai se non nei casi in cui qualunque uomo buono dovrebbe incazzarsi. Della caratura dello Svedese vien fuori solo l’ombra, proiettata dal contrasto con gli altri personaggi: la moglie, la figlia, il padre e gli agenti, le cui azioni rimbalzano sulla sua figura come fa lo scandaglio di un sonar quando cerca quello che non si riesce a vedere. Troppo piano e troppo poco per poter rendere il crollo delle illusioni e della perdita dell’innocenza, il fracasso dello schianto di questa sua convinzione di fronte al disfacimento della propria vita e di quella dei suoi cari, nonostante lui abbia sempre fatto tutto quello che è giusto e tutto quello che andava fatto. La vita lo travolge nonostante la sua perfezione e nonostante il suo impegno. Nonostante si faccia carico di tutto e nonostante lui veda tutto succedere sotto i suoi occhi. E’ un eroe che non serve a niente, che viene sconfitto e distrutto, e che alla sua morte torna ad essere quello che siamo tutti. Niente.

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