Il Divo

il divo

Giulio Andreotti è la Democrazia Cristiana. Ovvero il partito che dal quarantacinque al novantadue ha comandato questo belpaese.
Normale che avesse le mani in pasta. Normale che fosse un mafioso. Normale che fosse un assassino. Normale che sia a piede libero.
Del Divo Giulio sappiamo tutto. Lo abbiamo sempre saputo. Il problema è proprio questo. Il film racconta la figura del più importante statista italiano durante gli anni della sua caduta. All’inizio degli anni novanta, Andreotti, estinta la sua settima legislatura, è sul punto di coronare la propria carriera con la nomina a Presidente della Repubblica. Ma tangentopoli è alle porte, ed il vento sta per cambiare in Italia. Il Capo dello Stato sarà Oscar Luigi Scalfaro. Da lì a poco Andreotti sarà inquisito e processato per associazione mafiosa.
In questa debolezza, in questo vulnerabile spiraglio di umanità, Sorrentino dipinge il ritratto, grottesco e vibrante di un diavolo consacrato al potere. Di un uomo pronto, in virtù della Ragion di Stato, a strangolare se stesso, i suoi valori, le sue emozioni. Circondato da una risma di personaggi paradossali, malfattori, viscidi, assassini, assassinati, il Gobbo sarà costretto alle nozze coi fichi secchi pur di mantenere il Paese nei ranghi di quella parodia di ordine che per anni (per alcuni troppi, per altri pochi) ha rappresentato lo Status Quo. Flebile contralto ad una sterile polemica morale, unica concessione al dubbio, o piuttosto pretesto per riflessioni Machiavelliche, il fantasma di Moro, che accusa dal pozzo nero di una coscienza sepolta l’uomo e lo Stato. Ennesima figura tristemente emblematica dell’inutilità dell’opporsi all’ordine costituito, il Fantasma ricorda che gli ostacoli al Potere vengono rimossi. Come Dalla Chiesa, come Falcone, come Borsellino. Sistematicamente.
Il conflitto interiore tra il Bene ed il Male è risolto con la perversa consapevolezza di dover reiterare il Male per preservare il Bene.
La prima volta che vidi “Le Conseguenze dell’Amore”, rimasi affascinato e scioccato. Davvero si poteva fare un film del genere in Italia? Un film che fosse semplicemente una storia, senza morali a cui obbedire, raccontata con immagini accorte, dialoghi pronti, musiche perfette. Che dire allora di quest’ultimo lavoro di Paolo Sorrentino?
Che il film è MICIDIALE. I titoli di testa sono una fucilata, si viene immediatamente trascinati nell’azione, travolti da una colonna sonora da subito grande protagonista. Bruscamente il ritmo scende, si trasforma in battito, poi in silenzio. Poi si riparte, immagini composte con simmetria e gusto incantano lo spettatore attento e ammiccano a quello curioso. La recitazione è talmente superba da non essere percettibile. La scelta degli attori regala sosia sottili mai banali. Su tutti, naturalmente, Toni Servillo. Un mostro di bravura e misura. Contratto, diabolico, timido, audace, il suo Divo racchiude nei celebri difetti della maschera che tutti conosciamo, un’umanità sofferta, appena accennata, agonizzante sotto il peso dei doveri dell’uomo politico. Un progetto così spudorato avrebbe potuto servirsi di una macchietta, ma Servillo svicola dalla trappola dell’imitazione offrendo prova di maestria e dedizione. I dialoghi, felicemente aiutati dallo sterminato repertorio di quanto detto e scritto sul tema in sessant’anni, ritmano e incalzano trama e personaggi.
Sorrentino è probabilmente il più talentuoso regista italiano. (almeno tra quelli che hanno l’opportunità di lavorare). I colpi di classe si sprecano, dalle nuvole di lacca del capo dell’antimafia Caselli, all’uso delle didascalie che accompagnano i vari personaggi. Bellissima la carta da parati, fondale alle confessioni dei pentiti. La grande qualità della pellicola sta proprio in queste finezze, sarebbe stato un ottimo film anche se avesse parlato di come si cucinano le uova. Invece parla della Mafia, di Andreotti, dell’Italia. Tema impegnativo (ed impegnato), che spaventa, che invade, che ha già schiacciato altri progetti prima di questo. Penso, per esempio, a “Un Eroe Borghese” di Placido, dove il desiderio di realizzare un film di denuncia (attaccando sempre Andreotti), finisce a discapito di una pellicola che rimane buona sì e no per la televisione. Sorrentino invece sintetizza la formula magica fondendo l’“Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” di Petri a “Il Caimano” di Moretti. Così la vena grottesca e surreale del primo, sposa l’urgenza intellettuale di denuncia e di impegno civile del secondo. Solo l’ironia ed il senso dell’assurdo, infatti, rendono possibile raccontare una storia (la nostra, di tutti), in cui, come si dice, la realtà purtroppo supera la fantasia. Non mi meraviglierei se vincesse l’oscar

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