Il Bambino con il Pigiama a Righe

il bambino con il pigiama a righe

Berlino, gli anni della seconda guerra mondiale. Bruno è un bimbo di otto anni come tanti. Gli amici, la scuola, una casa calda in centro, una bella famiglia unita.
Ma il suo papà è un soldato. Di quelli col teschio sul colletto. E sul cappello. Di quelli che quando il Reich comanda, bisogna obbedire.
Infatti quando l’ufficiale viene incaricato di gestire un campo di concentramento nella foresta, l’intera famiglia si trasferisce armi e bagagli nella nuova casa fra gli alberi, a pochi passi da quelle misteriose case che il ragazzo non riesce a vedere che come una grigia e triste fattoria abitata da strani pesonaggi che usano girare di giorno indossando ridicoli pigiami a righe.
Ma la vicinanza all’abominio dei campi prosciugherà di ogni umore il tentativo borghese di ignorare l’evidenza dei fatti.
Emblematica, in questo senso, la figura della madre, che pur mettendocela tutta per calzare il ruolo della moglie perfetta, arrivata al limite del tollerabile, cede allo strazio della propria coscienza.
Disarmati di fronte all’assurdo, gli occhi celestissimi di Bruno divengono specchio per l’abisso che nessuno dovrebbe vedere. Un orrore dissennato, figlio di un odio così violento da risultare inconcepibile.
L’innocenza e la curiosità lo portano ad avventurarsi in questo abisso, scoprendolo popolato da squali rabbiosi e suadenti sirene. Inerme tra queste fiere, a Bruno non resta che esplorare imprudente un mondo che non può capire. Stringe così un’amicizia fatale con Shmuel, coetaneo, suo alter ego al di là dello specchio di filo spinato che separa il purgatorio dall’inferno.
Finalmente un film che emoziona.
Pulito, duro, scontato solo quando inevitabile.
È vero, di lavori come questi, che raccontano l’olocausto sul filo del paradosso, ne abbiamo già visti. Ma forse non c’è modo altrettanto efficace per trasmettere l’assurdità di quello che è stato. Milioni di morti, di crimini, di torture. Un dramma immenso, un infinito sopruso compiuto dall’uomo sull’uomo, che decifrare come “una follia collettiva” può avere il sapore di imbarazzata scusa. Ma guardare negli occhi il lato più ignobile e crudele dell’animo umano può essere troppo pericoloso. Il paradosso è lo strumento col quale possiamo mascherare questo disastro. Rendendolo grottesco lo allontaniamo da noi, estraniandolo possiamo giudicarlo senza temere di giudicare noi stessi.
Sprecate pure tutti i paragoni che volete. Storie come questa hanno il dovere di essere raccontate.

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