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C’era una volta una famiglia un po’ così. Padre, madre, due figlie, adolescenti e opposte, e un ragazzino biondo. Vivevano liberi, tutto istinto e nessuno schema. Si vestivano coi colori della natura, e si svestivano al ritmo dei loro cuori. Esseri elementali. Selvatici.
Abitavano nella campagna francese, in una casa attaccata all’autostrada. Un tratto iniziato e mai finito, rimasto così alla mercè dei nostri, che con spirito autenticamente anarchico ne disponevano a piacimento. Campo da gioco, solarium, picnic. Un autentico e sconfinato salotto d’asfalto ad uso e consumo di quegli irriducibili irregolari.
Dieci anni e passa di felicità, fino al giorno in cui le ruspe decisero che era venuto il tempo dell’ultima gittata di catrame, quella definitiva, quella che avrebbe segnato il confine tra la vita “sulla strada” e la vita “al di qua e al di là della strada”.
La società della frenesia e del traffico irrompe così nella vita della famigliola sotto forma di infinito serpentone di automezzi e camion, coi loro rumori, odori, dolori. Al cospetto di quest’apocalisse, ogni componente reagisce a suo modo, interpretando allegoricamente le differenti filosofie e reazioni dell’uomo di oggi che si confronta col sistema iperproduttivo e con l’aggressione delle risorse. La madre pare impersonificare lo spirito stesso della Natura, per come fonde i suoi colori coi tramonti e coi prati, e per come si vede affievolire e soffocare lo spirito con l’avanzare delle macchine, dei rumori e del buio. Il padre è costretto ad ammettere l’angoscia del fallimento di quell’utopia che vorrebbe la sua famiglia testimone di una sorta di uno sviluppo sostenibile, possibile solo se vincolato ad un esilio senza pace, alla fuga continua.
Se la figlia maggiore oppone al cambiamento la negazione, ostinandosi a non modificare le proprie abitudini a dispetto dell’evidenza, la sorella manifesta le preoccupazioni e le paranoie degli ambientalisti più convinti, ossessionata dall’inquinamento e dalle malattie. Infine il fratellino, brutalmente scosso dal violento conflitto che lo priva del gioco e della meraviglia, lasciandolo esposto all’acredine e alle ansie dei combattenti.
Ognuno a suo modo, cerca il suo posto nel nuovo mondo, adattando le proprie coordinate ai riferimenti mutati, oppure sparendo, conservando ascisse ed ordinate alla ricerca di un piano cartesiano maggiormente congeniale.
Ancora una volta i francesi c’insegnano il cinema.
Il film parte come una commedia e si trasforma in un’amara metafora del progresso e della società moderna. La parabola percorsa tocca il suo culmine, per bellezza e poesia delle immagini, al centro. All’atto della scomparsa della figlia maggiore, in quel momento in cui tutto sembra ancora possibile, ma in cui tutto, invece, cambierà. Fosca e claustrofobica nel finale, la pellicola riscatta una certa pesantezza grazie al gusto del grottesco e ad una soluzione che lascia ancora ai protagonisti, e a noi tutti, la possibilità di tornare a respirare a cielo aperto. Magari non proprio un’aria pulitissima, certo, ma al momento è l’unica che abbiamo.

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