Departures

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Di film come questo, dal tono simile intendo, ne escono un paio tutti gli anni. Pellicole giapponesi o coreane, che più o meno malinconicamente, si specchiano negli usi e nei costumi di una cultura lontana mentre raccontano vicende intime di individui singoli e meditabondi, isolati anche quando in coppia.
In fondo Departures non racconta nulla di particolarmente originale. Daigo Kobayashi suona con scarso successo e scarso entusiasmo il violoncello in un’orchestra poco seguita. Inevitabile il suo scioglimento ed inevitabile per il protagonista guardare in faccia la realtà e fare i conti col proprio fallimento. Abbandonata ogni ambizione, lascia Tokyo insieme alla fedele mogliettina per tornare al “paesello”, dove, fraintendendo un annuncio, si ritrova un po’ controvoglia ad approcciarsi alla professione del tanatoesteta. Alle dipendenze del coriaceo maestro, apprende il nokanshi: l’arte raffinata della vestizione dei defunti, anticamente parte integrante del rito funebre, oggi delegata ad imprese private che ne perpetuano la tradizione. Dopo un inizio impacciato e difficoltoso, a tratti ridicolo, Daigo arriva ad apprezzare l’importanza di affrontare con amore anche il lutto, e a riconoscere nella cura dei preparativi per l’ultimo viaggio, l’occasione di un commiato più giusto e sereno. L’esposizione al dolore più privato dei suoi simili lo stimola a cercare risposte in sé che vadano al di là delle convenzioni e che lo avvicinino maggiormente al nocciolo della sua anima. Scontrandosi coi pregiudizi di una società che teme la morte tanto da fuggirne ed evitarla sbrigativamente, rinuncia agli affetti per difendere quel senso profondo che solo il suo lavoro “eccentrico” gli ha permesso di afferrare.
L’Oscar come miglior film straniero, potrebbe sembrare, quindi, esagerato.
Eppure Departures riesce comunque a distinguersi in virtù di un gusto ancora più esotico.
Una recitazione particolarmente accentuata, più vicina allo stile degli anime che non a quello occidentale (cui spesso tende certo cinema orientale da esportazione), la scelta di un’estetica rigorosa priva di qualsiasi artificio (gli effetti speciali sono banditi), ed un ritmo che ama indugiare sul tempo che passa, pongono la pellicola a quella distanza indefinibile che separa culture così lontane e così vicine.
Il film seduce grazie alla messa in scena dei gesti precisi ed accurati che compongono la cerimonia di commiato, e pur rischiando di perdersi in un finale un po’ scontato, riesce a mantenere il suo fascino attraverso il ripetersi di un elegante rituale carico di pietas, infondendo nello spettatore la stessa calma e serenità che come un balsamo prodigioso lenisce la pena di chi resta.

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