
regia: Yuval Abraham, Rachel Szor
produzione: UK, 2026 – 80’
visto: Medica
Alle otto meno un quarto di un lunedì sera, in cui fra l’altro gioca l’Italia, in centro a Bologna, la sala del Medica, che piccola non è per niente, si riempie di un pubblico accorso a vedere un documentario in ebraico sottotitolato.
Un pubblico variegato, per età, per provenienza, per aspettative. Dalla comitiva di signori e signore che va al cinema tutti i pomeriggi, ai giovani studenti, italiani e stranieri, da chi non rinuncia al secchiello di popcorn, a chi conosce perfettamente (o crede di conoscere) i fatti che verranno raccontati e mostrati.
Parlare di Naza senza entrare nel merito della guerra di Israele contro Hamas e contro Gaza è ovviamente impossibile, e difficilissimo è anche evitare considerazioni politiche, sociologiche, culturali.
Pur considerandomi mediamente informato, riconosco certamente di non avere gli strumenti adatti a sostenere una discussione particolarmente approfondita sulla questione palestinese, o su come una nazione debba rispondere e difendersi in uno stato di costante minaccia. Cercherò quindi di trattenere le mie opinioni personali e di attenermi al contenuto del film.
Naza è una lunga intervista di ottanta minuti che il giornalista israeliano Yuval Abraham fa a ventiquattro tra soldati e impiegati delle IDF, le forze di difesa israeliane, cioè l’insieme delle forze armate dello stato ebraico, con compiti di esercito, aviazione e intelligence.
A partire dall’ottobre del 2023, Abraham incontra i soldati di notte, sui tetti di Tel Aviv, circondati da palazzi dalle cui vetrate si intravedono scorci di vita dei suoi cittadini, momenti quotidiani banali, rilassati, silenziosi. Si vedono soprattutto tante televisioni, spesso grandissime, praticamente sempre sintonizzate sulle news o sui talk incentrati sulla guerra.
Il resoconto di queste interviste, insieme ai risultati delle inchieste collegate, vengono pubblicati dalla rivista online +972 Magazine in una serie di articoli che in italiano si possono leggere su Internazionale. (in particolare l’articolo intitolato La Fabbrica della Morte, pubblicato sul numero 1542 del 15 dicembre 2023).
Insieme a Abraham, a filmare, assemblare e mettere in scena le domande e soprattutto le risposte, c’è Rachel Szor, giornalista, regista, fotografa.
I due sono la metà ebraica del quartetto che nel 2024, con i palestinesi Basel Adra e Hamdan Ballal Al-Huraini (quest’ultimo in seguito assalito dai coloni e arrestato dalle IDF) vinse l’Oscar col documentario No Other Land.
Naza prende le mosse dai primi anni ‘70, mostrando la formazione del controspionaggio israeliano e la realizzazione delle infrastrutture civili e industriali di Gaza City, la città costiera dove dal 1948 hanno trovato rifugio i palestinesi cacciati da Gerusalemme nel 1948.
Fino al 1967, Gaza e la Striscia furono amministrate dall’Egitto, ma dopo la Guerra dei Sei Giorni furono occupate, insieme alla Cisgiordania, da Israele, che per garantirsi il massimo controllo sui territori conquistati, proibì ai palestinesi di realizzarsi da sé le proprie infrastrutture, offrendosi di costruirle per loro conto. In questo modo, da allora, Israele è in grado di esercitare un controllo totale sulle informazioni e sui movimenti dei suoi vicini e nemici.
Questa premessa, risolta nel film in pochi minuti, serve a dare la misura dello stupore, dello sgomento e della rabbia scatenati nella società israeliana dall’attacco che Hamas sferra ai confini della Striscia all’alba del 7 ottobre 2023, abbattendo le recinzioni e assaltando gli insediamenti vicini, trucidando brutalmente più di milleduecento tra soldati e soprattutto civili ebrei, aggrediti nelle loro case e in molti casi seviziati crudelmente. Dopo quasi ventiquattro ore di saccheggi e assassinii, Hamas porta con sé nella Striscia un centinaio di ostaggi, per coprirsi la ritirata e ottenere materia di scambio in vista di future negoziazioni.
La risposta di Israele è furibonda e si schianta su Gaza con violenza e sete di vendetta, bombardando la città senza nessun criterio. Dopo una prima fase di devastazione, legittimata internazionalmente dalla gravità della strage, nei vertici politici e militari ebraici prende corpo l’idea di cogliere l’occasione per liberarsi completamente di Hamas e della resistenza armata una volta per tutte.
Su questa premessa, Abraham e Szor organizzano l’intervista per scandire i momenti e le strategie messe in atto da Israele nei primi mesi successivi al 7 ottobre.
I soldati delle IDF raccontano come l’uso delle intercettazioni telefoniche (anche a smartphone spento) permetta di spiare e individuare i bersagli attraverso le interazioni con i loro cari, e di come agli strumenti IA, come il software Lavender, sia delegato il compito di attribuire a ogni sospetto un coefficiente di pericolosità cui associare un numero di vittime collaterali giustificate in funzione della sua eliminazione.
Naza è infatti l’acronimo di nezek agavi (trad.: danno collaterale), cioè vittime civili, non sospettate e non classificate pericolose, le cui vite sono però considerate sacrificabili se collegate all’uccisione di un presunto esponente di Hamas.
Sappiamo che in guerra, l’adozione di un vocabolario particolare, fatto di acronimi, pseudonimi, parole in codice, serve a spersonalizzare, a mascherare gli effetti di eventi altrimenti indicibili, inammissibili se espressi con lessico ordinario. I soldati delle IDF seguono questo metodo. Le loro sono le risposte di chi nasconde dietro la burocrazia e la parcellizzazione degli incarichi, le proprie responsabilità.
Se buona parte degli intervistati si rammarica per la morte di donne, bambini, e di tanti uomini uccisi sulla base di sospetti debolissimi, nessuno di loro si dichiara responsabile. Ognuno svolgeva solo un compito particolare, chi di elaborazione dati, chi di logistica, chi si occupava solamente di passare informazioni. Nessuno era nelle condizioni di opporsi, disubbidire o contestare gli ordini. Tutti però sembrano avere ben chiaro lo scenario in cui si muovevano e le modalità con cui l’offensiva è proseguita per mesi. Disegnano schizzi dei quartieri gazawi, delle schermate dei software usati per targettizzare e demolire i palazzi, snocciolano cifre di morti e percentuali di superstiti. Yuval Abraham li lascia parlare, non li incalza in modo particolare, in fondo queste persone hanno sentito a un certo punto il bisogno di esporsi in qualche modo (sebbene i loro volti siano oscurati e le loro voci – si dice – siano alterate), solo a tratti sembra perdere la calma, scosso dalla freddezza delle confessioni. In generale le sue domande sfogliano un poco alla volta la realtà, per svelare lo schema seguito da Israele, che partendo dall’intenzione di eradicare Hamas, si evolve nel desiderio di fare di Gaza terra bruciata, demolendo in modo sistematico ogni edificio e ogni infrastruttura per privare i cittadini sfollati di un luogo dove ritornare.
L’assedio totale a Gaza, con il blocco delle forniture di cibo, elettricità e carburante, e la violenza degli attacchi, portano nel maggio 2024 la Corte Penale Internazionale a emettere un mandato d’arresto per il Primo Ministro Benjamin Netanyahu e per il Ministro della Difesa Yoav Gallant accusati di crimini di guerra e contro l’umanità. Nel frattempo Gaza si è trasformata in un poligono di tiro per i cecchini, che riempiono fosse comuni, sparando sugli affamati, costretti ad affollarsi in percorsi obbligati che diventano imbuti di disperati in cui è un attimo trovare la morte per, letteralmente, un passo falso.
Dopo ormai un anno di guerra, quasi tutti i paesi, con l’eccezione degli Stati Uniti, chiedono il cessate il fuoco e l’instaurazione di trattative per liberare gli ostaggi. Le reazioni dei politici e dei vertici delle IDF entrano nelle case degli israeliani dalle televisioni, che ne riportano dichiarazioni e autodifese, parlando dei palestinesi come di animali umani, di terroristi senza nessuna distinzione, di uno scontro del bene contro il male e dell’assurdità delle critiche che vengono mosse.
Nel montaggio di Rachel Szor, Tel Aviv resta indifferente alle rivelazioni dei suoi soldati come alla propaganda di Netanyahu. Le immagini notturne della capitale mostrano un traffico ordinato, qualche manifestazione per la liberazione degli ostaggi, molte affissioni e poster di sostegno all’esercito, e più che altro persone che portano avanti le loro vite, al sicuro nei loro appartamenti, disturbate solo raramente dal bagliore di qualche razzo prontamente intercettato dalla contraerea.
Il senso del documentario è quindi sottolineare l’indifferenza con cui, in questo abominevole conflitto, si dispone delle vite altrui. Sia che si parli dei soldati che fisicamente premono grilletti di fucili o schiacciano tasti di computer ancora più letali, sia di chi alza un muro di apatia e distacco per difendere la propria coscienza e salute mentale. Vale per i cittadini israeliani come per chi in questi anni ha seguito e continua a seguire questa sanguinosa tragedia che si dipana sotto i nostri occhi senza riuscire a togliersi di dosso il senso di impotenza e di tremenda ingiustizia, per un disastro che va contro ogni senso di umanità e contro ogni etica o valore.
Il silenzio luttuoso che ci unisce e ci accompagna all’uscita dopo le ultime strazianti immagini ne è il segno più annichilente.
Visto al cinema l’altro ieri, con una sala veramente piena di persone di ogni età. È stato uno spettacolo davvero duro da digerire. Purtroppo alcune cose che venivano dette le sapevo già visto che mi ero molto informato sull’argomento attraverso vari articoli ma sentirlo dire ad alta voce fa molta impressione, soprattutto perché qui tutti non si prendono la responsabilità di quello che è successo e anche perché mostra come i Palestinesi fossero stati completamente deumanizzati anche solo per il fatto che vengano chiamati Naza. Questo è un documentario da vedere assolutamente.
"Mi piace"Piace a 1 persona
Completamente d’accordo.
La disumanizzazione priva le persone dell’identità. Qui se va bene le vite diventano dei numeri, ma più spesso addirittura solo delle percentuali, negandogli persino quel minimo di individualità che può conservare una cifra.
"Mi piace""Mi piace"