DIGGER

regia: Alejandro González Iñárritu    
produzione: USA, UK, Messico, 2026 – 128’  
visto: Lumière 

Una piccola bomba questo Digger di Iñárritu, probabilmente uno dei film più importanti dell’anno, perché deludendo alcuni e accontentando altri si presterà a discussioni e interpretazioni infinite.
Già solo il fatto di avere a disposizione un Tom Cruise che non salta dai palazzi o dagli aeroplani pretendendo di avere la metà dei suoi anni, era un’occasione troppo invitante, e infatti il regista messicano gli affida un quasi one-man show, come già fatto con Di Caprio in The Revenant e prima ancora con Michael Keaton in Bird. Vero che Cruise qui non è proprio da solo (così come non lo erano Keaton e Di Caprio),  ma senza nulla togliere a John Goodman, Sandra Hüller, Riz Ahmed, Emma D’Arcy, Michael Stuhlbarg e il sempre ottimo Jesse Plemons, l’aura e la prova di Cruise sono imprescindibili per il risultato finale, anche perché in fondo, tutte le trame e sottotrame presenti, servono più che altro a delineare meglio la figura del protagonista.
Digger comunque, prima di tutto, è uno di quei film con dentro un congegno a sorpresa (più sorprese, in realtà), sul quale cercherò di non svelare più di tanto. A un primo livello è sicuramente una satira farsesca sul turbo capitalismo, con evidentissimi riferimenti alla politica dell’amministrazione Trump e di tutto il circo di interessi che gli orbita intorno. È però anche un film sulla capacità dell’umanità di adattarsi a qualsiasi situazione, attitudine fortemente in contrasto con la totale incapacità di correggere la propria naturale predisposizione predatoria.
Che Digger Rockwell sia un tipico esemplare di predatore ce lo dicono subito le prime immagini, che lo mostrano muoversi da padrone in un maniero settecentesco, circondato da fucili, svariati generi di altre armi, e una collezione insensata di trofei di caccia.
Digger è ricchissimo perché, come dice il suo stesso nome (to dig = scavare), è un boss del petrolio. La sua famiglia lo estrae e lo lavora da generazioni, la sua influenza arriva al presidente degli Stati Uniti, col quale intrattiene relazioni direttissime. Una bella mattina lo chiamano da uno dei suoi pozzi dell’Alaska, dove una perdita di metano (da lui precedentemente ignorata e trascurata) sta per scatenare una catastrofe immane.
Al precipitare rapidissimo degli eventi, raduna immediatamente a casa sua il comitato di emergenza, composto dal presidente USA, dal vice, dai capi dell’esercito e dagli scienziati più illustri, ma dopo aver considerato i vari scenari e i relativi danni, il consesso riunito (composto ovviamente di soli vegliardi, rigorosamente bianchi), decide di non agire e affidarsi alla volontà del buon dio, preoccupandosi solo di guidare la narrazione del disastro.
Da questo punto in avanti, si raccontano, dalla prospettiva del Capitale, le conseguenze delle azioni e delle inazioni, e una serie di risposte disperate e folli indirizzate esclusivamente alla salvaguardia dello status-quo.
Digger Rockwell diventa quindi il campione arrogante e spregiudicato di una classe economica, politica e sociale irresponsabile, che lotta con tutte le forze per farla franca e portare avanti un’ormai collaudata strategia: privatizzare i profitti e collettivizzare le perdite.
Tom Cruise, o forse è meglio dire Curtis Markson, si fa carico di dare corpo e voce a un personaggio efferato e caricaturale, equipaggiato di tutti i tic e stereotipi del caso: è vecchio, egoista, volgare, si veste come un petroliere texano, con stetson e bolo-tie, e si muove in ambienti fermi agli anni Settanta, così come pare ferma a quell’epoca la sua mentalità. Addirittura Digger ripudia il sistema metrico per restare devoto a quello imperiale, e come il capo della Spectre, ha per unico affetto una vecchia gatta in decomposizione che si rifiuta di lasciar morire.
Una parte così è la gioia di ogni attore, un ruolo esagerato in cui non preoccuparsi di essere bilanciato o trattenuto, perché è il film stesso a chiederti di sforare continuamente nell’over-acting.
L’esuberanza di Digger però, con la sua battuta sempre pronta e il suo essere sempre un paio di mosse davanti agli altri, porta con sé un paio di grossi problemi, che si affacciano pericolosamente nella scena madre, quella in cui lo spiritato magnate trivellatore difende sé stesso, e la categoria dei grandi rapinatori di risorse, davanti a un’assemblea di delegati europei tanto furiosi e indignati quanto ingrigiti e imbiancati da una polvere metafisica, in una splendida citazione di praticamente tutto il cinema dello svedese Roy Andersson (Un piccione seduto su un ramo…).
Gli argomenti usati nell’arringa però suonano stanchi e non così sconvolgenti o scandalosi come ci si aspetterebbe da una scena così grandiosa e peraltro girata magnificamente. Le motivazioni e le scuse che il capitalismo ribalta sulla totalità della popolazione mondiale, accusando chiunque di condividere le stesse brame avide e lo stesso individualismo spietato (una strategia dialettica che dalle mie parti è conosciuta come “dare via del tuo”), non sono niente di nuovo né di minimamente ficcante, anzi sono ormai talmente codificate e sdoganate da poter essere immediatamente riconosciute e confutate.
Allo stesso tempo, la caratura mefistofelica di Digger, la sua scenata, appena conclusa con l’apparente vittoria su una platea inizialmente ostile che finisce invece per acclamarlo, sembrano voler costruire un antieroe cinico e baro che, pagando un prezzo relativamente modesto alla logica, ribalta il tavolo passando da accusato ad accusatore.
In quel momento del film, il pubblico è portato a chiedersi da che parte il regista messicano voglia andare a parare, soprattutto è portato a valutare la lucidità e la serietà dell’approccio alle tematiche ambientali e classiste.
Se quelle appena viste sullo schermo fossero la reale analisi e la reale visione che il film vuole comunicare, ci sarebbe di che esserne parecchio delusi.
MA.
Ma fortunatamente Digger è un film con un doppio e con anche un triplo fondo, che vengono aperti ed esplorati nella parte finale, permettendo di contestualizzare nuovamente tutto quello che viene mostrato, e rivelando una visione delle cose molto più tagliente e molto più cupa, con un’attenzione che si concentra più sulla natura umana, sulla sua forza e sulle sue debolezze, cioè su tematiche assolutamente universali rispetto a quelle più specificatamente ambientali ed economiche che, seppur gravissime e ultra-urgenti, sono state purtroppo ingoiate dalla guerra ideologica che le relativizza in modo scellerato.
Anche dopo aver svelato le carte, la parte finale del film conserva la sua ironia feroce, prendendosi gioco dei populismi come della comunità dei prepper (quella categoria di survivalisti convinti di poter scampare alla fine del mondo accumulando scorte per l’inverno atomico e nascondendosi sotto terra o in alto mare), e aggiungendo una nota di calore per una consolazione in verità effimera.
Qualcuno, anche giustamente, potrà trovare la lettura di Iñárritu rozza e derivativa, andando a pescare tra tanti spunti più o meno recenti, ma credo invece che le sue qualità, chiamiamole cinematografiche, lo potranno ben preservare nel tempo e che alla lunga sia un film destinato a farsi ricordare.

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