
regia: Yeon Sang-ho
produzione: Corea del Sud, 2016 – 118’
visto: Lumiere
Train to Busan è uscito nel 2016 e siccome nel frattempo è diventato un piccolo cult, nel 2026 è tornato in sala in una riedizione in 4K.
Come in quasi tutti i film di zombie, la trama si riassume in una riga.
Per sopravvivere a un’epidemia di morti viventi, un gruppo di personaggi deve muoversi da un posto pericoloso a uno che spera sia ancora sicuro.
La variazione sul tema è che in questo caso il viaggio avviene su un treno che da Seul va alla città portuale di Busan, quindi in una situazione ancora più claustrofobica e disperata. Le premesse e le cause dell’epidemia sono come al solito irrilevanti: Zombies happen, e tanto basta.
Altra particolarità, non proprio originale, è che il gruppo di personaggi rispetta la struttura e le dinamiche sociali della Corea del Sud, uno stato relativamente giovane, dove le gerarchie del confucianesimo derivato dai vicini imperi orientali, si innestano coi valori consumistici e capitalistici introdotti dal protettorato USA.
Seok-woo è un broker quarantenne di Seul, che vuole accompagnare la figlioletta Soo-an a Busan, dove abita la madre. I due si sono separati anche a causa del carattere sprezzante e cinico di lui, che considera i suoi clienti, comuni risparmiatori e investitori, un gregge di pecore da condurre dove vuole.
Sul treno conoscono il ruvido Sang Hwa e la moglie Sung-Gyeong, incinta di sette o otto mesi. Le due coppie sono gli emblemi delle due famiglie tipo presenti oggi in Corea del Sud: quella rampante, ma separata e stressata dalla carriera, e quella working-class, che fa quadrare il bilancio per costruirsi un futuro. Su un altro vagone viaggia una squadra di baseball giovanile, in cui si forma un’altra coppia, quella tra Yeong Gook e la cheerleader Jin-Hee. Loro sono le nuove leve, i giovani idealisti un po’ succubi della pietà filiale, cui si contrappongono una coppia di anziane sorelle, superstiti dei tempi della dittatura degli anni ‘60/‘80.
Ultima coppia di opposti è quella formata da un barbone vagabondo traumatizzato e il ricco e arrogante Yon-suk, presidente di una grande compagnia di autobus. Un po’ come le maschere della Commedia dell’Arte, i ruoli che questi personaggi rappresentano muovono le dinamiche tra di loro, aggiungendo alla traccia survivalista la critica a una società che riconosce come implicita una graduatoria fatta di sommersi e di salvati. Va da sé che si scopre in breve che il contagio è già all’interno del treno, ma che la minaccia dei mostri sia meno pericolosa rispetto alla natura meschina dell’animo umano.
Niente di particolarmente nuovo, quindi. La relazione tra una massa famelica di esseri senza cervello e la civiltà consumistica è ormai sdoganata e investigata in lungo e in largo.
Diciamo la verità, se Train to Busan fosse stata una produzione USA, difficilmente si sarebbe verificata l’escalation a piccolo cult-movie, perché francamente, anche scontando la premessa (cioè che si parla di zombie), a livello di sceneggiatura siamo abbastanza nel regno dell’impossibile. Ma siccome tutto quel che appare sullo schermo è così tanto coreano, dai personaggi carini, alle location moderne e ordinate, all’esasperata insistenza sui pregiudizi e le differenze di classe, l’aura esotica si irradia così forte da mascherare le assurdità e le mancanze di uno script, che drammaturgicamente punta più sulla decimazione progressiva dei protagonisti che sulle strategie per cavarsi dai guai. Spesse volte sembra infatti che a dare un po’ di respiro ai nostri eroi sia direttamente la potentissima lobby delle porte di vetro coreane, capaci di trattenere orde di zombie scatenate grazie alla tenacia dei loro fermi di sicurezza e delle loro serrature.
Dal punto di vista iconografico, Yeon Sang-ho non aggiunge granché al genere, rifacendosi alle ammucchiate di World War Z e accelerando leggermente i movimenti dei suoi zombie per evidenziare la frenesia con cui si avventano sulle prede.
Quello che contraddistingue di più il film è probabilmente il susseguirsi senza sosta di situazioni una peggio dell’altra, in cui le speranze di sopravvivenza vengono continuamente rimbalzate da pericoli e disastri sempre maggiori. Questo e anche un gusto del massacro tutto orientale, sia dal punto di vista grafico, con generosi spargimenti di sangue, sia da quello chiamiamolo emotivo. La scelta e le modalità della morte dei personaggi principali, infatti, non seguono le aspettative e i cliché hollywoodiani, ma cercano sempre di spiazzare il pubblico, a volte con la loro brutalità e a volte lasciando crescere piccole speranze o simpatie solo per poi falciarle senza pietà.
In conclusione, preso con la giusta predisposizione d’animo, Train to Busan è un film molto divertente, capace di intrattenere per due ore con un buon ritmo e alcune scene notevoli, tra treni in fiamme, gente che si sfracella dagli elicotteri e che si ammassa una sull’altra in modo furioso. Probabilmente niente di imprescindibile a livello cinefilo, ma nel suo genere può dare sicuramente soddisfazione.