
regia: Roberto De Paolis
produzione: Italia, 2026 – 88’
visto: Rialto
Bello Serpenti. Uno dei rari film italiani che raccontano una storia contemporanea senza cedere a moralismi o retorica da infotainment pomeridiano. Roberto De Paolis è alla sua terza firma, dopo Cuori Puri del 2017 e Princess del 2022, e come nei suoi lavori precedenti, persegue una ricerca di tipo naturalistico, ma stavolta, invece di esplorare lo scadimento delle periferie sociali, si concentra su quelle morali.
In questa variazione si fa assistere nella sceneggiatura dai Fratelli D’Innocenzo™, che portano inevitabilmente il racconto dalle parti del grottesco. L’influenza dei due infatti contagia anche la regia, che inserisce all’interno dello stile sobrio, fatto appunto di luci naturali, suono in presa diretta e location iperrealistiche, momenti stranianti, dilatazioni, sovraimpressioni, riflessi e dissolvenze che carezzano il confine del surreale.
Paolo Marra (il regista e attore Leonardo Lidi) è un uomo di mezza età, grande grosso e a pochi passi dalla sciatteria. È infelice, e ha appena ucciso la moglie. Oppresso dal senso di colpa decide di costituirsi e va in commissariato. Qui però entra in contatto con l’assurdo. La sua confessione, invece di colpire come un sasso, non fa nessun rumore, inghiottita al volo dalla burocrazia come una qualsiasi pratica di furto.
Dopo mezza giornata di anticamera, Marra viene preso in carico da un ispettore afflitto da emicrania (Alessandro Borghi, divertito e divertente), che cercando di non perdere la calma, istruisce il reo confesso su tutti i passaggi necessari a essere effettivamente accusato e, eventualmente, incarcerato.
L’incredulo Marra prende a vagare tra corridoi, strade, vicoli e bar, fino a conoscere un maligno avvocato (l’ormai onnipresente Pietro Castellitto) che fa di tutto per razionalizzare e relativizzare la sua posizione. Lo fa attraverso un discorso contorto, dalle curve agghiaccianti, in cui emergono amarissime verità su certi pensieri striscianti nell’opinione pubblica italiana.
A questo punto we, the people, siamo ormai quasi tutti dalla parte dell’omicida, che viene nuovamente rimbalzato, e in questo eterno suo incespicare si ritrova al punto di partenza, di nuovo in commissariato, di nuovo alla disperata ricerca di qualcuno che lo prenda sul serio. Il terzo personaggio che incontra, invece, è una donna misteriosa che sembra vivere da mesi o forse da anni in un ufficio dimenticato della questura. Si chiama Stella, ha la voce e gli occhi di Valeria Golino, e le mani e i tarocchi di Cloris Brosca. Girando le carte al femminicida però, non ne esce la luna nera, ma invece una discesa nel suo rancoroso passato, che sembra portare per la prima volta un po’ di luce sui motivi del delitto. L’epilogo si trasforma in un’ulteriore beffa. Per il protagonista, per la società o per il pubblico? Chissà.
Certo che al termine di un film giocato tutto sul paradosso e sull’ambiguità, il regista e gli sceneggiatori sembrano non sentirsela di reggere fino in fondo, e forse per lo scrupolo di aver empatizzato troppo, propongono una chiave che sembra svelare parecchio del mistero.
Una scelta che si può apprezzare o meno, dipende da quanto ci piace che un film prenda posizione o si mantenga a distanza.
In ogni caso De Paolis racconta la sua storia con il suo stile, che anche se ha decisamente poco a che fare con il ritmo, convince per la coerenza con cui trova significati negli elementi naturali, senza ricorrere al vocabolario artefatto delle luci finte, degli arredi stilizzati o di recitazioni drammatizzate.
La messa in scena è talmente realistica quindi, che guardando questi personaggi vagare per corridoi dimessi e uffici adattati, a ciascuno possono tornare in mente le proprie esperienze personali, e solo chi non ha avuto davvero a che fare con le pratiche burocratiche di una questura può stupirsi della piega assurda che prendono le cose.
Abbinando questo tipo di sguardo a una storia così bizzarra ma anche così bruciante, per le tragiche conseguenze che tocchiamo con mano nei nostri strani giorni, il regista compie un deciso passo in avanti rispetto ai film precedenti, che seppur piacevoli e molto interessanti, mancano sicuramente di quel grip in grado di scaldare il dibattito.
Speriamo che questi tentativi continuino a stimolare il cinema italiano, che da troppi anni e troppo pigramente si rintana nel passato o in narrazioni codificate e sterilizzate dal timore di indisporre produttori e distributori vari.