
regia: Jane Schoenbrun
produzione: USA, GB, Canada 2026 – 112’
visto: Europa
Avviso: questa recensione è per chi ha già visto il film o per chi non teme gli spoiler, perché per cercare di capirci qualcosa si finisce per parlare dei dettagli della trama. Il fatto che siano passate più di due settimane da quando l’ho visto a quando ho finito di scriverne dice qualcosa in merito.
La prima domanda che mi sono fatto è stata chissà se me lo sarei goduto di più se non se ne fosse letto e parlato così tanto negli ultimi mesi.
Da quando a maggio ha debuttato a Cannes infatti, nel circuito cinefilo sono usciti molti articoli che lo elogiavano e che invitavano a mettersi in pari con la breve filmografia di Jane Schoenbrun, autrice la cui biografia si attaglia perfettamente al milieu dell’ultimo decennio, in cui il dibattito sull’identità di genere pare diventato così indispensabile. Schoenbrun si definisce tramite etichette come transgender, non-binaria, poliamorosa e diversi altri attributi volti a definire al meglio un’identità che però al tempo stesso cerca di sfuggire a ogni caratterizzazione. I suoi film precedenti trattano in modo più o meno allegorico i temi della transizione di genere e della difficile sintonia tra l’aspetto esteriore e il sentire interiore. Lo fanno però in modo un po’ lugubre e pesante, dominati da un’afflizione tipicamente adolescenziale, esasperata tra l’altro dall’effettiva gravità di situazioni oggettivamente problematiche.
In Camp Miasma invece sembra esserci uno scatto in avanti, sia sul piano dell’elaborazione sia su quello del gusto, perché l’allegoria si sposta dalla distopia alla satira, rimodellando gli stilemi dello slasher horror, omaggiandone devotamente il canone, ma illuminandolo in modo del tutto diverso, impostando un’appassionata relazione tra due donne, diverse per generazione e background.
La combinazione di cinefilia, ironia, tematiche di genere e osservazioni sul sistema dei mass-media, insieme alla noia e all’umidità dei lunghissimi mesi estivi, hanno fatto convergere su Camp Miasma quelle opportunità di critica, non solo cinematografica ma anche appunto sociologica e di costume, risparmiate dai due grandi cannibali Odissea e Spider-Man. Si sono così affastellati articoli e recensioni che, pur muovendosi su traiettorie diverse, finiscono tutti per dire più o meno le stesse cose: grandi complimenti a Schoenbrun per la struttura, il ritmo e la messa in scena minuziosa del racconto, lodi entusiaste alle protagoniste Gillian Anderson e Hannah Einbinder, sottolineature degli aspetti più cinematografici, come un citazionismo copioso ma pertinente e l’ennesima esplorazione della dinamica tra soggetto osservatore e oggetto osservato che si scambiano di ruolo. Soprattutto enfasi sulla dicotomia tra desiderio e morte e la ripetizione assillante del termine “queer”.
Nell’entusiasmo generale si fa comunque notare una certa confusione, effetto dei tanti temi approcciati, che compromette la pulizia di trattamento apprezzata nei più contenuti film precedenti.
Carica di questa massa di informazioni e spunti accumulati in mesi, la visione del film – finalmente in programma dal 19 agosto – non può che esserne influenzata, e ci si siede in sala con già il sorriso sulle labbra e l’espressione sagace di chi si aspetta una sequela di gag e ammiccamenti vari.
In parte va esattamente così, in parte invece no.
I momenti divertenti non mancano e l’assurdità di certe situazioni rispetta le aspettative, ma la ridondanza delle duecentomila citazioni (da Hitchcock a Lynch, da Michael Myers a Norma Desmond) e della sovrapposizione dei temi, offuscano la trama principale, tanto che più volte si rischia di perderne il bandolo.
Cerchiamo quindi di fare ordine.
Kris Williams (Einbinder) è una giovane regista neanche trentenne, lesbica dichiarata e diligentemente impegnata in difesa di inclusività e accettazione, che dopo aver raccolto apprezzamenti al Sundance, viene incaricata da una piattaforma streaming di rivitalizzare il franchise Camp Miasma, sgrezzandolo da vecchi stereotipi sessisiti e omofobi. La parabola di Camp Miasma viene illustrata nei brillanti titoli di testa, un montaggio di pochi minuti, che partendo da antiche recensioni cartacee in bianco e nero e passando per articoli di magazine, servizi televisivi, pagine internet, post e tweet, condensa quarant’anni di evoluzioni, deviazioni e involuzioni della saga horror incentrata su Little Death. Questo figuro, che nasconde il volto sotto una ventola dell’aria condizionata quasi uguale a una vecchia fotocamera a soffietto, è lo spirito dannato di un ragazzino, cresciuto dai genitori per metà come un maschio e per metà come femmina, e per questo emarginato, bullizzato e infine affogato da dei balordi nel lago Miasma, dal fondo del quale periodicamente riemerge come un maniaco vendicativo armato di arpione che fa strage di teenager.
In cerca di ispirazione, e con l’idea di smarcarsi dalle aspettative del network, Kris si reca a Camp Tivoli, il campeggio dove negli anni ‘80 venne girato il primo film della serie, per incontrare la protagonista Billy Presley (Anderson), oggi quasi sessantenne, che non ha mai partecipato a nessuno dei numerosi capitoli successivi e che praticamente da allora si è ritirata dalla recitazione per vivere isolata nello stesso camping, atteggiandosi a eccentrica diva del muto e dipingendo ritratti di Little Death. Per Kris, Billy è una specie di idolo, un pensiero radicato in lei in modo molto più profondo di quanto abbia mai realizzato. Questa affinità viene colta immediatamente da entrambe le donne, e quello che doveva essere un singolo incontro per un’intervista e uno scambio di vedute, diventa un soggiorno prolungato, durante il quale le due approfondiscono la conoscenza esplorandosi a vicenda. La (f)rigidità di Kris, che si strafoga di caramelle chiusa nella sua stanza, lo zelo quasi dogmatico con cui vive la sua sessualità e gestisce le sue relazioni, si confronta con la maggiore spontaneità della smaliziata Billy, che mangia badilate il pollo fritto succhiandosi le dita di gusto.
Il terreno su cui questo contraddittorio prende forma è la direzione che deve prendere il nuovo Camp Miasma. Per Kris deve poggiare su una solida base programmatica che faccia giustizia delle antiche discriminazioni e riscatti ogni tipo di devianza o sfumatura sessuale, Billy invece rifiuta ogni sovrastruttura e riporta tutto a una questione molto più viscerale, centrata su carne e fluidi. In fondo, fa notare alla giovane amica, si tratta solo di un horror, dove i limiti si possono spingere fino all’estremo e oltre, perché se anche diventa troppo reale, lo si può sempre spegnere.
Alla ricerca di una sintesi, decidono di rivedere insieme il film, e a questo punto la regista vera, Schoenbrun, inserisce un film dentro al film, ricostruendo il fantasmagorico cult, alternando sequenze in stile anni ‘80 ad altre in soggettiva, dove però il punto di vista passa da quello del killer a quello delle vittime, sovrapponendo a una visione oggettiva, quella emozionale delle due donne, legata allo specifico momento in cui Little Death ha colpito fatalmente le loro vite.
La stessa scena che ha folgorato una Kris dodicenne davanti alla televisione, instillandole la fantasia di incarnarsi prima o poi in una final girl discinta ed eccitata, è infatti quella in cui la giovane Billy viene sverginata a tradimento sul set. Le confidenze e le rivelazioni portano alla luce traumi e pulsioni represse e liberano energie sessuali che riportano in qualche modo in vita Little Death, ancora una volta pronto a scatenarsi in massacri da Grand Guignol.
A questo punto succede qualcosa che non è molto chiaro.
Il giorno dopo infatti Kris ha una call con i suoi committenti, in cui non solo cerca di convincerli a coinvolgere Billy nel nuovo progetto, ma si lancia con sempre più foga in un vagheggiamento sulla reale esistenza di Little Death e su come tutto il mondo conosciuto sia una fantasia, o meglio una proiezione, a cui l’essere dà forma partorendo vhs da una specie di tana organica alla Cronenberg.
Da qui in effetti Kris ha modo di realizzare la sua fantasia, trovandosi braccata dal killer, che durante il classico inseguimento ineluttabile, massacra nei modi più assurdi tutti quei personaggi che rappresentano il perimetro valoriale per la giovane. Una volta libera(ta) dalla sua ragazza, dai suoi capi e dalla sua agente, la regista può infine godersi una sanguinosa catarsi insieme a Billy, per poi risvegliarsi, entrambe più sporche, provate e serene, in un nuovo rapporto coi propri desideri.
La morale della favola è quindi che tutto il sistema di rivendicazioni, prese di posizione, ricontestualizzazioni, e in generale l’insieme delle azioni che fanno capo alla cosiddetta “cultura woke” (un termine nato per denigrare, ma che i mass-media hanno imposto come nome proprio), sebbene nate come sacrosanta opposizione a secoli di tecniche oppressive delle diversità e delle minoranze, quando vengono adoperate a cervello spento, proliferano incontrollate e si allontanano dallo scopo iniziale trasformandosi in una risposta reazionaria, che ingabbia e soffoca gli istinti e i desideri. Il riflesso scelrotico a razionalizzare e politicizzare i gusti e le abitudini sessuali finisce per angustiare tanto quanto, costringendo a inventarsi continuamente nuove etichette e definizioni, per riuscire a posizionarsi in un sistema di riferimento che cambia alla velocità del suono.
Quasi un’autocritica da dentro, insomma, che Schoenbrun espone non da un’ipotetica cattedra, ma calandosi in una fanfiction che poggia sulla sua passione per gli slasher e sul suo modo di fare cinema. Il risultato è notevole, per la confezione accurata, la ricostruzione dell’atmosfera retrò e la capacità di tenere insieme tanti temi e tanti spunti in un film che, anche se alla fine ha bisogno di essere ricapitolato, scorre per quasi due ore senza fare pesare la sua densità.
Il problema che si può trovare è però che, così come la sua protagonista, Camp Miasma manca di un vero slancio liberatorio che superi proprio quei pudori e quei principi che in fondo vorrebbe criticare. Sia nel lato horror che in quello sessuale, il film non esplode, non supera il limite, nemmeno in quelle che dovrebbero essere le scene madri, come il massacro centrale o gli amplessi di Kris e Billy.
Senza questo coraggio di spaccare tutto, il film non riesce a esprimere completamente il suo potenziale, che invece si sprigiona solo nei confronti di chi ne condivide già dall’inizio le premesse, cioè gli appassionati degli horror e chi è vicino alle tematiche LGBTQ+. Questo pubblico riesce probabilmente a cogliere tutti i riferimenti, tutte le citazioni, e quindi a identificarsi e a goderselo completamente. Gli altri invece rischiano di aspettarsi da un momento all’altro un momento esplosivo che invece non arriva, e quella faccia mezza ebete con la quale sono entrati al cinema e si sono seduti, se la ritrovano addosso uguale identica quando le luci si riaccendono.