Irma Vep – la vita imita l’arte

Regia: Olivier Assayas
Produzione: USA, 2022 – 8 episodi
visto: Sky/Now

Una delle cose più belle che ho visto l’anno scorso è stata sicuramente Irma Vep. La serie HBO è uno di quei prodotti con la particolarità di piacere moltissimo a un numero relativamente ristretto di persone. Spiegarne i motivi non è immediato, perché apparentemente si tratta di un oggetto derivativo, circoscritto al mondo del cinema e dei mass-media, una cosa di nicchia, come si diceva una volta. Non è un thriller, non ci sono omicidi o delitti, se non per via indiretta, non ci sono nemmeno struggenti storie d’amore. In questo gradimento così localizzato c’entrano sicuramente la cinefilia, i numerosi cameo e i tetti e la luce di Parigi, ma il fatto è che, molto semplicemente, si tratta di una serie scritta, girata e recitata in modo sublime. Alicia Vikander e Vincent Macaigne interpretano i personaggi principali, ma subito dietro si muovono in tanti: Lars Eidinger, Devon Ross, Nathalie Richard, Jeanne Balibar, Fala Chen, Vivian Wu e molti altri nomi in rappresentanza di lingue e mondi cinematografici differenti.
La storia comincia quando Mira Harberg, giovane attrice svedese che ha sfondato a Hollywood con i film di supereroi, arriva a Parigi. Il regista d’essai René Vidal l’ha ingaggiata per il remake de Les Vampires una serie muta del 1915 diretta da Louis Feuillade con protagonista Irma Vep, leader di una squadra di ladri e di banditi che indossa un’aderentissima tutina nera e che nell’originale era interpretata dalla mitica Musidora. Il tentativo era stato già provato anni prima, quando René aveva scritturato Maggie Cheung, bellissima attrice hongkonghese in seguito diventata celebre per il cult di Wong Kar Wai In the mood for love. Quella volta finì malissimo: René entrò in conflitto con la produzione, cadde in una forte crisi depressiva e perse il controllo del progetto. Ebbe poi una storia con l’attrice di Hong Kong, che durò qualche anno lasciando in entrambi grandi malinconie. Questo nuovo set è quindi l’occasione di fare i conti col passato e prendersi la rivalsa verso un fallimento che lo ossessiona e verso i pregiudizi che lo perseguitano. Anche Mira vive il remake de I Vampiri con tensione, perché per lei è l’opportunità di dimostrarsi attrice vera al di fuori del circuito dei blockbuster. La sua partecipazione riversa però sulla troupe tutto l’indotto dello star system hollywoodiano: le sponsorizzazioni, gli amori, il gossip e i capricci scuotono un ambiente già agitato dalle velleità autoriali di René. I due sono stelle gemelle attorno a cui orbitano i continui attriti, le discussioni e le confessioni che fanno da motore alla storia. Intanto, giorno dopo giorno, la nuova serie si sovrappone ai vecchi episodi, in un suggestivo gioco avanti e indietro tra l’originale e la copia. I filmati del 1915 risorgono da YouTube, rivivono sugli iPhone e sfumano nelle nuove riprese, mentre lo spettatore assiste a diversi livelli di storie: quella di Mira e di René, quella di Irma Vep, e anche quella di Feuillade e Musidora. Sopra a tutto quanto, c’è il fatto che René Vidal è l’alter-ego del vero regista Olivier Assayas, che nel 1996 girò il film Irma Vep, ingaggiando Maggie Cheung per interpretare se stessa, e anche Irma Vep, e anche quindi Musidora, innamorandosi di lei e cominciando una tormentata relazione durata qualche anno. E oggi, cioè nel 2022, è sempre Olivier Assayas a girare una serie che guarda al suo film del 1996 e insieme a quella del 1915. E infatti il sottotitolo è “la vita imita l’arte.” Capito come?
Senza avanzare ipotesi e soluzioni buone per tutto e per tutti, l’idea è di accendere una luce su quelle volte in cui l’arte riesce a imporre dei modelli (etici, estetici, morali, eccetera) che finiscono per ispirare gli uomini a riproporli. Assayas utilizza il personaggio di Irma Vep come il simbolo di questa teoria: la sua figura si tramuta in uno spirito che passa da Musidora a Cheung a Harberg e a Vikander, influenzando fortemente chi la interpreta e continuando a esistere oltre un secolo dopo la sua creazione. Intorno a Irma Vep e alle sue attrici gira inoltre anche tutto un mondo che agisce e vive in una certa maniera proprio perché entrato in relazione con una fiction, cioè con una finzione. Dall’attore tossicomane alla costumista, dal regista all’assistente, tutti offrono la loro esistenza alla corte dell’arte e dell’immaginario.
Il doppio miracolo di questa serie, ma a questo punto di tutto il progetto in generale, perché prescindere dal film del 1996 è lecito ma sconsigliato, è di riuscire a infondere una dimensione di reale e di vivo in una materia che è nient’altro che narrativa, e nello stesso tempo di persuaderci che quella che stiamo vedendo rappresentata sia la Vita, quella vera. Per riuscirci, Olivier Assayas sovverte quasi completamente le regole della messa in scena, evitando le svolte facili e i colpi di scena artefatti e accogliendo nella trama riferimenti all’attualità più stretta, gesti naturali e piccole ovvietà spesso trascurate che rendono il set indistinguibile dal quotidiano e attirano lo spettatore in una realtà parallela contemporaneamente abitata dal reale e dal posticcio.  
Un espediente tremendamente rischioso, perché un’aderenza così forte alla contemporaneità tende ad accelerare l’invecchiamento di tutto il contesto, cosa che succede infatti ne Il gioco delle coppie, penultimo film del regista, dove certi dialoghi radicalmente inseriti nel “qui e ora” riescono sì a generare straniamento, ma non a innescare quella dinamica che porta al pieno coinvolgimento.
Irma Vep invece raggiunge l’alchimia perfetta, anche in virtù della prova splendida di Alicia Vikander. La sua Mira Harberg è una ragazza insicura, fragile e dolce, ma per niente ingenua, perfettamente consapevole di avere costantemente a che fare con persone molto più immature e problematiche. Si trova spesso a dover gestire le crisi di René, la corte della costumista Zoe, le follie di Gottfried, le trame della ex Laurie, e le sue reazioni sono sempre sorprendenti, lontane dal cliché e tremendamente vicine al naturale comportamento di una ragazza coi piedi per terra.
Il fascino irresistibile di Irma Vep è proprio la continua ricerca della normalità, intesa come la fuga dal trucco ad effetto, anche davanti a un personaggio come Gottfried, unico elemento veramente eccentrico e sopra le righe, e anche quando entrano in gioco elementi fantastici, questi non prendono mai il sopravvento sul tono generale.
Dopo averlo conosciuto e apprezzato nel 2010 per la miniserie sul terrorista Carlos, le ultime cose di Assayas, mi avevano lasciato piuttosto freddo, e faticavo a capire l’entusiasmo della critica più formata, ma Irma Vep raccoglie e porta splendidamente a traguardo spunti e riflessioni già rintracciabili in titoli come Personal shopper o, appunto, Il gioco delle coppie. Probabilmente la formula seriale è la più congeniale per la sua poetica, alla quale concede un’esposizione più ariosa e insieme più nitida, tanto da farla arrivare meglio anche ai semplici amatori come me.

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