LA FIERA DELLE ILLUSIONI

Regia: Guillermo del Toro
Produzione: USA, 2021 – 150’
Visto: Lumière

1939. Da qualche parte tra il Midwest e l’East Coast.
Quando Stan si presenta al capo del Circo non ha un passato, non ha una casa e non ha un soldo.
Se una casa l’ha mai avuta, adesso l’ha bruciata, gli sono rimasti una radio sotto al braccio e al polso un vecchio orologio.
Nemmeno parla, non dice una parola fin quando non si trova da solo col fuggitivo uomo-bestia, povero cristo incattivito in gabbia e costretto a mangiarsi polli vivi in favore del pubblico pagante.
Il mondo del Circo è un mondo di meraviglie e di miserie, una famiglia come tante, fatta di cuori grandi e di spiantati, bicchieri attorno al fuoco e coltelli nella schiena. 
Stan ha gli occhi azzurri e il sorriso al burro di chi sa come si fa, impara qualche imbroglio da una coppia di vecchi bari più assennati di lui che lo avvertono: vacci piano col mentalismo, mai giocare con i morti.
Dentro da un orecchio e fuori dall’altro. In macchina armi, bagagli e fidanzata, e via alla conquista del mondo. Con tutto quello che ci sta dentro.
A New York le cose girano bene per Stan e la dolce Molly, ma più si gioca e più la posta sale, e se la ragazza non se la sente più, c’è bisogno di una complice più feroce, più potente, pericolosa.
L’algida Dottoressa Ritter fa con la psicanalisi quello che Stan fa coi suoi inganni: illude chi per farsi illudere abbassa ogni difesa e si arrende a ogni fantasma. 
Ma occhio ai disperati, capace che diventano letali.
L’atteso ritorno di Guillermo del Toro è una favola morale che ruba l’occhio con maestria, ma che soffre della distanza tra i due piani su cui vive e che, bisogna dire, non s’incontrano.
Per tutta la prima ora c’è da restare a bocca aperta. Il mondo del Circo è la dimensione attraverso lo specchio dove il regista messicano sfoga il suo barocchismo magico: i freak, i loro trucchi, le botole e gli specchi incantano i sensi tra fulmini e lucette. Tim Burton è tornato, ti dici, e ne sei lieto.
Ma quando Stan carica il furgone che lo porta in città, tutto il sense of wonder se ne resta lì, fuori dalla portiera, sotto una mattina grigia che spegne ogni colore.
Stacco.
Due anni dopo è tutto cambiato. La traccia noir impone le sue regole: l’azione è quasi sempre al chiuso, tra club di mega-ricchi, corridoi in marmo e tagli di luce netti che richiamano la dualità dell’animo umano.
In questa parte il regista rinuncia a sé per mettersi al servizio della storia, guida il racconto con perizia, mantiene l’unità di stile col solito talento nei movimenti di macchina e nelle inquadrature, gioca con la splendida fotografia di Dan Laustsen, che lascia i toni freddi e acidi de La Forma dell’Acqua per trovarne di più caldi e accoglienti, più adatti a diffondere la seduzione dell’oro, dei legni nobili, dei liquori ambrati che passano dai cristalli alle labbra, segni di quel successo che Stan insegue febbrile e con sempre più affanno. Toni caldi, ma che in alcuni momenti strategici si ritirano e dividono lo schermo con immagini più gelide, a intendere che anche oltre quella superficie laccata resta dentro ognuno un mondo interiore disperato e ostile.
Se la qualità generale di tutta la confezione resta indubbiamente alta, alta da garantirsi già da ora anche più di un Oscar, quello che viene a mancare è il soffio vitale che renda tutto davvero vibrante e in sintonia con lo sguardo dell’autore.
Del Toro ci ha abituato a veicolare un discorso politico e civile attraverso storie di mondi paralleli, simbologie mostruose, lampi di crudeltà che erompono nel quotidiano. Questi temi e questi elementi si ritrovano chiaramente tutti anche ne La Fiera delle Illusioni, ma questa è una storia che più che di politica, parla di psiche e filosofia.
Il protagonista è un giovane uomo affamato del mondo, che rimprovera ai diversi padri che incontra una certa mollezza, causa, a suo dire, del mancato successo, della mancata realizzazione, e che vede nell’empatia, nel rispetto del prossimo e in generale nella Morale, un freno e una condanna certa alla miseria esistenziale. Il suo destino è definito da tre donne che rappresentano tre stadi diversi di rapportarsi alla Morale e al Desiderio: chi li costeggia senza oltraggiarli, chi li teme con casto pudore, e chi rinnega la prima per consacrarsi al secondo.
È proprio quest’ultima donna, non a caso una psicanalista, a schiudere a Stan la verità sull’animo umano, non solo quello delle sue vittime, ma anche del suo proprio taciuto.
È solo sulla chaise longue che Stan confessa a sé stesso e allo spettatore cosa c’è davvero dietro i suoi incubi e la sua assenza di scrupoli.
La Fiera delle Illusioni contiene certamente la critica alla società e all’arrivismo che del Toro mette in luce, ma nelle sue righe scorre anche una vena psicanalitica che il regista riconosce, riporta per come la trova, ma dalla quale si tiene alla larga. Peccato, perché in questi personaggi e nel loro agire ce ne sarebbe a sufficienza da risultare disturbanti e incisivi senza ricorrere a uscite truculente, mentre invece il disinteresse verso il piano psicologico porta a caratterizzazioni piatte, che ne lasciano emergere la mera funzione narrativa senza costruire personalità credibili.
Forse il vero punto debole di tutto il film non è la durata extra-size, che molti hanno trovato eccessiva, ma il fatto che in tutto quel tempo, che il regista sperava servisse al pubblico per entrare in confidenza coi personaggi, nessuno di loro evolve o diventa in un qualche modo interessante.
D’altronde Bradley Cooper non è un attore, a Rooney Mara fan sempre fare la gatta morta, Cate Blanchett è sempre divina ma stavolta un po’ si perde in un personaggio solo abbozzato, mentre Toni Collette, lei sì viene fuori molto bene in tutta quella ostentata perfezione.
Il film avrebbe anche potuto durare una settimana intera, ma difficilmente qualcuno potrebbe riuscire a empatizzare con queste figure patinate, tutte bellissime, tutte immutabili nel loro aspetto, nella loro natura e nelle loro intenzioni, tutte a loro modo infallibili, questo almeno fino al beffardo finale.
Dell’abbondante materiale inconscio a disposizione, Guillermo del Toro salva solo i simboli: le sigarette come collante delle miserie umane, l’alcool come demone tentatore e distruttore, il feto chiamato Enoch, al quale riserva l’onore dei titoli di coda, aborto immondo nel quale vede il vero aspetto dell’anima di Stan Carlisle, e di rimando di quel tipo umano che rappresenta.
Ci sono poi, tra questi simboli, tutta una serie di segni premonitori, come le galline e le gabbie, gli specchi e le ruote, che alludono all’ineluttabilità della sorte di chi vi prova a sottrarsi con spirito empio.
Per il resto tira dritto col suo discorso, sulla doppiezza degli individui e sulla natura intimamente violenta e crudele che scorre carsica sotto qualunque formula di società umana.
Ne viene fuori un ottimo film, dall’impianto robusto, che nello scarto tra gli spunti proposti e quelli pienamente sviluppati si raffredda un po’. È vero che lascia una sensazione di incompiuto, tuttavia riesce comunque a regalare immagini potenti e sequenze indimenticabili, tanto che, anche grazie a tutti i suoi centocinquanta minuti, viene difficile, davvero difficile, non riconoscere ne La Fiera delle Illusioni una meravigliosa festa per gli occhi.

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