Tutti lo Sanno

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17 Novembre 2018

Regia: Asghar Farhadi
Produzione: Spagna, Francia, Italia, 2018 – 132’

Si parla spesso del cinema a orologeria di Ashgar Farahdi, intendendone il caratteristico procedere delle sue trame, che camuffate da indagini seguono gli eventi per rivelare verità che hanno a che fare più con la natura umana che con il delitto di partenza.
Così quando questo film parte all’interno di un orologio da campanile, dentro agli ingranaggi che inesorabili lo muovono, viene da aspettarsi un’altra grande prova di precisione e suspense. Invece lo sguardo del regista questa volta è meno esatto, leggermente laterale rispetto al centro del bersaglio, forse distratto da un discorso che sembra interessarlo di più: quello sul tempo. L’orologio innanzitutto, poi la breve parentesi nella scuola, quando si sottolinea che è lo scorrere del tempo a cambiare il mosto in vino, trasformando gli elementi e fermentando zuccheri e enzimi.
Allo stesso modo il tempo passa sui cuori degli uomini levigandone i ricordi e gonfiando le incomprensioni fino a mutarle in rancori.
Farahdi ambienta il nuovo thriller nella provincia Spagnola, mettendoci molta foga nel staccarsi dal suo ambiente per calarsi in colori e toni più brillanti.
In un paese piccolo, dove la gente mormora, donne bellissime e uomini calienti battono il tempo tra fieste e vino, sole e campagna. Nella lunga prima parte (che nella costruzione può ricordare Il Cacciatore di Cimino) scarrella sul cast per definire una rete di legami la cui tenuta verrà messa alla prova da un drammatico sequestro di persona. Penelope Cruz è la zia d’America che torna a casa per le nozze della sorella, ritrovando la famiglia e i vecchi amici, come il suo ex Javier Bardem al quale vendette terre che con il tempo hanno fruttato più che bene.
Fino al giorno del matrimonio, e alla notte della scomparsa, il film va avanti tutto insieme, in modo regolare ma un po’ noioso, e prevale l’impressione di sfogliare un album di cartoline turistiche.
Poi le indagini che si accentrano all’interno del clan famigliare liberano le energie represse dalle circostanze, finalmente si trova la vena giusta e il film comincia a fare presa e avvitarsi bene; giro dopo giro entra meglio nella sua sede e diventa più saldo e, come si dice, robusto, nonostante alcune smagliature nella trama.
C’è da dire che piccoli buchi e incoerenze sono un po’ inevitabili in film di questo tipo: in loro assenza il mistero che insaporisce la vicenda verrebbe risolto subito oppure non verrebbe risolto affatto. L’abilità di un regista come Farahdi sta nella capacità di nascondere le sbavature mentre magari racconta tutt’altro.
Stavolta il trucco non riesce fino in fondo e sebbene non risultino così gravi da compromettere la visione, queste piccole crepe arrivano a fiaccare la suspense riportando l’attenzione dello spettatore sul telaio solido ma nudo che sorregge l’intreccio.
Così più che il thriller vince la curiosità di scoprire le vecchie ruggini che si nascondono sotto le apparenze cordiali, i sospetti, le maldicenze e i veri segreti, negati e difesi, ma che poi, alla fine “tutti lo sanno”.
Una tesi stuzzicante ma lasciata un po’ a se stessa.
Il risultato è un film che si guarda bene, e molto merito va alla recitazione pregevole e naturale, ma che non incolla mai alla sedia, e dove lo sguardo di Farahdi non riesce mai a scendere davvero nel dettaglio lasciando la natura dei suoi personaggi a un livello superficiale.
Una cosa che non succedeva ne Il Passato, ad esempio, che seppur ambientato in Francia, vedeva in uno dei personaggi principali un ambasciatore dello sguardo del regista.
Questa storia invece accade in Spagna ma potrebbe essere raccontata ovunque, e forse un contesto così caratterizzato appare troppo lontano dal cineasta iraniano che finisce per trasmettere l’impressione di trovarsi in trasferta senza poter disporre degli utensili più familiari.

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