La Duchessa

la duchessa

Lady Georgiana finisce in sposa, ancora fanciulla, al Duca di Devonshire. Quella che sulle prime, grazie alla conquista di un buon partito, appare come la promessa di un fulgido avvenire, si rivela in poco tempo un gran brutto affare per la novella duchessa. La nostra patatina realizza ben presto di essersi legata ad un signore col quale aver ben poco da spartire. Sgarbato nei modi, alquanto rozzo, con evidenti difficoltà di espressione, il Duca di Devonshire concede l’esclusiva delle sue attenzioni a beneficio degli adorati cani e dell’obbligo formale di procreare un erede maschio. La sorte, però, non sembra avere in particolare simpatia la duchessa, che si trova, nel giro di pochi anni a dover crescere ben tre bimbe, tra le quali una figlia illegittima del marito. Sebbene costretta dalle convenzioni ad un matrimonio asciutto e claustrofobico, Lady Georgiana può contare su carisma e fascino da vendere, tanto da offuscare in società il marito, che invece ostenta con capriccio e insofferenza il desiderio ansioso di trovarsi sempre da un’altra parte. Mentre la Duchessa, giovandosi della sua posizione, diventa una star, ritagliandosi un ruolo prestigioso ed invidiato, e amministrando la sua influenza per favorire questa o quella causa, il Duca persegue ostinato il proprio rammarico, collezionando amanti e riversando sulla moglie le frustrazioni e le colpe di un figlio maschio che non vuole arrivare.
La nostra eroina cerca allora di confortare le proprie passioni nascondendole negli spazi angusti di una libertà codificata dall’etichetta e dalle convenzioni. Ma non sarà facile per lei sfuggire alle costrizioni, rinunciare a certi affetti in virtù di altri, scegliere per chi far battere il cuore.
Il viso dipinto della tanto pompata Keira Knightley riempie lo schermo nella maggior parte delle inquadrature. La sua impassibilità, croce e delizia, riesce a rendere l’asfissia dei sentimenti inespressi e del compromesso estenuante.
La Duchessa è in fondo, un film come tanti, che si lascia guardare. Confezionato con arte e gusto, ammicca alla lezione di Barry Lyndon regalando immagini affascinanti e malinconiche. Scenografie maestose e spoglie suggeriscono quel rigore e quel gelo dai quali è impossibile trovare riparo.
Onesto, perché non delude, ha forse il limite di non entusiasmare, racconta senza incidere. Difficile ricordarsene.

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