
regia: Pawel Pawlikowski
produzione: Germania, Polonia, Italia, Francia, 2026 – 82′
visto: Modernissimo
Difficile, a caldo, non riconoscere in Fatherland un capolavoro assoluto.
Meglio però precisare che si tratta di un film che puó dire tantissimo ad alcuni e pochissimo ad altri.
Se infatti ci troviamo davanti a ottanta minuti densissimi di riferimenti, spunti e suggestioni, che possono arrivare a chi ha indole e interessi umanistici, è altrettanto vero che chi non si trova nella stessa traiettoria può restare spiazzato e deluso da un film in cui sostanzialmente non succede praticamente niente.
Pawel Pawlikowski é il regista polacco (citato tra l’altro da Carrère in Limonov) che tra il 2013 e il 2018 ha fatto innamorare i cinefili con la doppietta Ida e Cold War, due bianco e nero elegantissimi e struggenti, su storie che si perdevano nel cataclisma del dopoguerra europeo.
Fatherland continua il filone, con lo stesso direttore della fotografia Łukasz Żal (suoi anche Hamnet e La Zona di Interesse), portandosi immediatamente a ridosso della fine della guerra.
Nel 1949 Thomas Mann, premio Nobel per la letteratura nel 1929, fuggito dalla Germania nazista nel 1933, cittadino americano dal 1944, è invitato da entrambe le metà della nuova Germania per una serie di conferenze in celebrazione di Johann Wolfgang von Goethe, padre della letteratura tedesca. A Francoforte, nell’Ovest, gli americani lo accolgono con premiazioni e banchetti dove tra gli altri si incrociano ex collaborazionisti riciclati. A Weimar, a Est, i sovietici e quelli che saranno i prodromi della DDR lo invitano a far parte del Consiglio Nazionale. Attraverso omaggi e blandizie, ognuna delle parti cerca di cooptare il letterato per ricostruire sul suo prestigio una nuova patria, che si riaccordi alla tradizione saltando pari pari lo sciagurato periodo nazista.
Nel 1949 Mann, che ha pubblicato I Buddenbrook nel 1901, a ventisei anni, ha settantaquattro anni, durante i quali ha messo al mondo sei figli, di cui almeno cinque possono considerarsi scrittori a loro volta. Lo interpreta il veterano Hanns Zischler, in una prova trattenuta, come tutto il film, in cui é perfetto nel riportare la dimensione del venerabile maestro, che con la coerenza di una vita votata alla letteratura, non rinuncia a portare alle platee, in realtá variamente disinteressate, il messaggio universalistico di un’arte umanista, impossibile da imbrigliare in ideologie, ma anche di un uomo cosí pieno di sé da sacrificare gli affetti piú cari, rifiutando sentimenti che ritiene troppo privati e quasi superflui, davanti alla sua missione culturale.
Manca da casa da così tanto da non riconoscerla piu’, e non solo per via della distruzione portata dai bombardamenti alleati. In questo ritorno nella terra dei padri, lo accompagna la figlia Erika, la sempre più fenomenale e imprescindibile Sandra Hüller, la Cate Blanchett degli anni ‘10 e ‘20. Non ci sono abbastanza parole per descrivere il talento e la caratura di questa attrice, in grado di attraversare generi, continenti e culture cinematografiche, parlare tre lingue nello stesso film, riportare mille sfumature su un viso così incredibilmente affilato e malinconico. Possiamo solo essere grati di vivere nella sua stessa epoca e di scoprirla ogni volta più brava e determinante.
Ma Erika non è l’unica figlia a partecipare al viaggio del padre. Il film si apre infatti su una lunga sequenza su Klaus (un August Diehl intenso e disperato), il secondogenito, simbioticamente legato a Erika, destinato a una fine tragica, dopo aver lasciato la sua firma nella letteratura e nel cinema. Klaus è colto nudo, ai piedi del letto, impegnato in una telefonata con la sorella, in cui sfoga l’amarezza e la delusione per un mondo culturale (ma non solo) poco disposto a raccogliere le responsabilità del nazismo e pertanto condannato a ripeterne gli errori.
Nel viaggio tra Francoforte e Weimar, Thomas e Erika Mann incontrano figure storiche che rispetto a questa riflessione tratteggiano conseguenze e lasciano immaginare sviluppi a venire. I nipoti di Wagner, Wieland e Wolfgang, il futuro Ministro della Cultura della DDR Johannes Becher, l’attore Gustaf Gründgens, amante di Klaus, ex marito di Erika, nato come simpatizzante socialista ma poi finito alla corte di Hermann Göring, e personaggio principale di Mephisto, il romanzo più famoso di Klaus Mann. Come nel già citato Limonov, (l’affinità con Carrère è sempre stata evidente e lo stesso Pawlikowski ha partecipato alla sceneggiatura della riduzione di Serebrennikov del 2024) ogni incontro apre mondi, suggerisce, accenna senza insistere.
La proiezione del passato sul nostro presente e sul probabile futuro è la chiave di lettura del film di Pawlikowski, sebbene il regista ci tenga a non essere troppo esplicito su questo, e a far piuttosto parlare le immagini, i luoghi, i personaggi, i fatti.
Il tutto è incorniciato da inquadrature perlopiù statiche, fotografiche, dettagliate, cariche di un senso di classicità che riporta al cinema europeo degli anni tra i ‘60 e i primi ‘90, prima che la grande commistione di generi e stili portata dal post-moderno annullasse per molti versi le specificità regionali, e nonostante i più espliciti riferimenti cinefili siano quelli più remoti a Rossellini e a Bergman.
Insomma siamo davanti a ottanta minuti di una bellezza vertiginosa, in cui i sentimenti e le tensioni si accumulano sotto i discorsi ufficiali, le frasi di circostanza, le occasioni formali, fino a sciogliersi in un finale intimo, apparentemente comune, quasi quotidiano, ma che, proprio per come viene costruito e raggiunto, non può che commuovere in modo assolutamente sincero.