EPIDEMIC

regia: Lars Von Trier
produzione: Danimarca, 1987 – 106′
visto: Lumière

Tre anni dopo L’Elemento del Crimine, Von Trier risolve quello che per uno scrittore o un cineasta è il più vecchio dei problemi ricorrendo al più vecchio dei trucchi. Come affrontare la seconda prova dopo aver realizzato un ottimo esordio? Inscenando le difficoltà di un artista che non sa come affrontare la seconda prova dopo aver realizzato un ottimo esordio.
In questo caso gli artisti sono due: lo stesso Lars Von Trier e il compare Niels Vørsel, effettivi autori della sceneggiatura, che alla fine della settimana riceveranno a cena un importante consulente cinematografico a cui consegnare lo script di un film intitolato “il poliziotto e la puttana”. Tanto per legarsi al precedente capitolo già citato e restare al cento per cento dentro al discorso meta-cinematografico. Purtroppo, a causa del più vecchio dei guasti informatici, tutto il lavoro di un anno scompare e i due restano con cinque giorni per produrre qualcosa di presentabile.
Fin dalla primissima immagine, Von Trier sembra voler prendere le distanze dal suo recente passato: l’elaborato arabesco monocromo de L’Elemento del Crimine è sostituito da un bianco e nero argentato, che enfatizza la grana grossa della pellicola 16mm con cui gira in modo sporco e nervoso i primi dieci minuti, dove Lars e Niels, insieme all’amica e assistente Susan, abbandonano il vecchio progetto per dedicarsi all’idea di un’epidemia di peste che si diffonde nell’Europa di fine XX secolo.
Nel momento in cui questa idea si fa concreta, però, compare sullo schermo la parola “epidemic” scritta in rosso, come un titolo, e la scena si sposta dentro al film, dove un consesso di medici inglesi è chiamato in emergenza a sostituire il governo britannico per gestire il contagio. Le loro intenzioni sono di riprendere le strategie del Medioevo e contenere l’infezione confinando i malati e lasciandoli morire, ma il Dottor Mesmer, un medico ancora giovane e idealista, rifiuta il prestigioso incarico e abbandona i colleghi e la città per avventurarsi nel cuore dell’Europa, incontro ai malati per assisterli secondo coscienza.
In questa sequenza ritorna l’eleganza del 35mm pulito e fluido, ritornano le carrellate e le inquadrature studiate, ritorna insomma la “confezione”, a distinguere il prodotto raffinato frutto dell’elaborazione e delle scelte, dalla realtà diretta e imperfetta.
La scritta “epidemic” però non scompare per niente, e resterà lì in alto a sinistra per tutti i restanti cento minuti, più come un marchio che come un titolo, come il brand di un medicinale, o come la filigrana che il fotografo imprime sulle sue immagini.
Nella finzione dentro alla finzione, Lars Von Trier prende per sé la parte del dottor Mesmer, scegliendo per il suo alter ego il cognome del più celebre ipnotista della storia, per conservare il tema dell’ipnosi che lega i titoli della sua prima trilogia.
Nonostante al primo impatto possa sembrare astruso, per via dello stile e dell’alternarsi tra la fiction e la pseudo-realtà, questo film squaderna in modo del tutto esplicito le sue intenzioni e il processo creativo seguito dal suo autore. È come se la parte in 16mm, quella fuori dal film, fungesse da manuale per il film stesso, spiegando il perché di certe scelte e facilitandone la comprensione.
C’è senz’altro della vanità in questo mostrare e mostrarsi, ma certo ancora niente in confronto a quello che verrà più avanti, con Antichrist, per esempio, o Dogville o Nymphomaniac, dove Von Trier sbatte sul tavolo i suoi tormenti più oscuri e indicibili. Qui in Epidemic la presenza del regista è ancora funzionale alla poetica, e la sua figura e il suo personaggio servono a perseguire un discorso sul nichilismo e sulla forza inarrestabile del Male, in grado di connaturare persino l’uomo del tutto intenzionato a combatterlo.
Nell’epidemia che racconta Lars Von Trier, il Male è sia nel batterio della peste sia nei metodi per sconfiggerlo, come le croci dipinte sulle case degli infetti lasciati morire. È inoltre una forza che corrompe e travolge tutto, dalle persone al vino, dai sentimenti alla religione, dimostrandosi così invincibile da superare le barriere della fiction per riversarsi nella realtà tramite, guarda caso, l’ipnosi, il canale tra il conscio e l’inconscio attraverso cui poter finalmente comprendere la misera condizione dell’esistenza: una lunga ed estenuante lotta destinata in ogni modo alla sconfitta.
Il messaggio è senza dubbio deprimente, ma il film prova a trasmetterlo attraverso il sublime, con immagini di lirismo estremo e giocando ancora con la simbologia e le opportunità dell’acqua, che a volte riflette e rimbalza i tentativi di Mesmer e a volte sembra inghiottirlo completamente.
Se L’Elemento del Crimine era un neo-noir rigoroso nella formula ma ribaltato nei sensi, anche Epidemic è un film di genere, quello che in futuro verrà chiamato disaster-movie, che però, invece di spaventare il pubblico per ammonirlo e lasciargli la possibilità di redimersi, man mano che procede spegne ogni speranza, fino a infilarsi nella fossa. L’assalto ai generi del danese riguarderà poi anche il successivo Europa (Zentropa) che riprenderà i motivi della trilogia (un protagonista che viene da fuori, l’ipnosi, l’elemento acquatico come catarsi/espiazione/risoluzione) per mischiarli con gli stilemi di una spy-story che, ovviamente, di convenzionale avrà poco.

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