BEETLEJUICE BEETLEJUICE

regia: Tim Burton
produzione: USA, 2024 – 104′
visto: Lumière

Non si poteva chiedere di più a questo seguito di Beetlejuice, un cult uscito nel 1988 come un piccolo film, ma diventato negli anni il capostipite del riconoscibilissimo stile firmato Tim Burton: una galleria di personaggi incredibili che si muovono in un universo colorato e gotico, in eterno equilibrio tra umorismo macabro, malinconia e il rifiuto della società materialista.
È proprio quella vena ribelle, anche caparbiamente adolescenziale se vogliamo, ma onesta e viva, ad aver fatto la fortuna del maestro di Burbank, ancora più di tutta la sua immaginifica visione, che infatti quando lasciata a sé stessa non si è dimostrata in grado di sorreggere i lavori degli ultimi anni. C’era pertanto di che temere all’annuncio di questo progetto, perché sembrava che da Alice in Wonderland in poi, quindi dal 2010, il tocco magico si fosse perso, che lo stile fosse diventato maniera, che a cavallo dei sessanta, Tim Burton si fosse stancato, o peggio, si fosse arreso.
E invece.
E invece il Beetlejuice del 2024 riprende quello del 1988 con un’energia e una coerenza insperate, al punto che è non è affatto consigliabile vederlo senza un ripasso del vecchio, citato e ri-citato più volte, senza però ostentazioni o ammiccamenti (nei limiti del buongusto, certamente), ma in modo spontaneo, naturale, come a raccogliere da terra un filo che si era nascosto e scoprire che non si era mai spezzato. Tornano le riprese aeree di Winter River, il capanno rosso, la casa infestata in cima alla collina, il mitico plastico, il calypso e il mondo degli inferi visto come una eterna condanna di corridoi sghembi, code infinite e sale d’aspetto affollate di non-vivi.
Tornano Lydia Deetz/Winona Rider e la matrigna Delia/Catherine O’Hara; il padre Charles torna e non torna, poiché Jeffery Jones paga i passati scandali legali. Non ci sono più i Maitland, neo-sposini ed ex-vivi, d’altronde Alec Baldwin al momento ha altre gatte da pelare, e comunque rappresentarli invecchiati non sarebbe stato tanto logico. Ci sono però Astrid, figlia di Lydia, come lei in rotta col mondo, interpretata dalla nuova musa di Burton Jenna Ortega, premiata dagli dei del cinema con uno sguardo magnetico e profondo e una presenza scenica formidabile. Ci sono Danny DeVito, sempre fantastico, Justin Theroux e Monica Bellucci, favorita dall’accortezza del suo compagno regista, che ha la cura e la stima per gestirla con misura e regalarle per una volta una parte funzionale e convincente, tanto che, con tutti i suoi evidenti limiti tecnici, vien da dire che prima o poi qualcuno dovrà pure chiederle scusa per la cattiveria con cui è sempre stata trattata.
C’è poi il grande, grandissimo Willem Dafoe, che porta i suoi settant’anni di eccessi con una classe da rockstar degna di Keith Richards. Ma meglio di lui fa il vero indiscusso protagonista del film, un Micheal Keaton che a settantatré anni suonati spacca il culo a tutti con un “Mr.Juice” scatenato e incontenibile, divertendosi e divertendo con una prova da leone.
Raccontare la storia ha senso e non ha senso, d’altronde anche la trama del primo film era davvero esile esile, poco più di un pretesto per un viaggio nella fantasia e nello stupore, pertanto gli ipercritici questa volta possono anche attaccarsi al tram treno del soul, tenersi in tasca certe pretese e lasciarsi andare a un’ora e mezza di divertimento e trucchi sbragati.
Sappiamo tutti che oggi come oggi a fare un sequel è più facile sbagliarsi che riuscirci, ma Tim Burton è quello che ha fatto Batman Returns, a furor di popolo uno dei cinque migliori sequel della storia del cinema (insieme a Il Padrino II, L’Impero Colpisce Ancora, Aliens e Terminator 2), e con questo Beetlejuice Beetlejuice se diciamo che si supera forse esageriamo ma forse non così tanto.

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