
regia: Lars Von Trier
produzione: Danimarca, 1984 – 104’
visto: Lumière
Il primo lungometraggio di Lars Von Trier è già qualcosa di notevole e di ostico.
All’inizio del film, l’ispettore Fisher si trova a Il Cairo, nel soffocante studio di uno psichiatra o psicanalista molto sudato che tiene una scimmia sulla spalla. Parlano dell’Europa, da dove Fisher proviene, e del recente passato che lo ha traumatizzato profondamente. Comincia una seduta di ipnosi che riporta l’uomo all’inizio della storia, quando, dopo molti anni passati in Africa, viene chiamato in Germania Ovest per affiancare il capo della polizia locale Kramer nelle indagini su un serial killer creduto morto da tempo. Fisher si trova spaesato in un continente che non riconosce più, osteggiato dai colleghi e dagli abitanti delusi e diffidenti di una città degradata e oscura. L’unico punto di riferimento che gli rimane, e da cui riparte, è il decrepito professor Osborne, suo mentore e teorico dell’idea che l’essere umano sia attratto dal crimine per una propria caratteristica innata, presente in chiunque e sempre pronta a scatenarsi in ognuno, poiché più forte e ineluttabile di ogni condizionamento morale o sociale. Seguendo il vecchio adagio secondo cui per stanare un criminale occorre pensare come lui, Fisher recupera il dossier del serial killer Harry Gray e ne ripercorre i passi, studiando lo schema dei vecchi delitti nella speranza di anticipare ed evitarne dei nuovi. Il suo è però un gioco d’azzardo, che passo dopo passo lo porta a ripetere i gesti stessi dell’assassino e immedesimarsi tanto da cominciare a spacciarsi per lui. È così che durante l’indagine conosce Kim, la femme fatale che in passato è stata la donna di Grey.
Da questo punto è tutta una discesa nella follia e nella aberrazione, con Fisher che più si avvicina alla verità e più ne viene ferito, rispettando in pieno le regole del noir.
Se già ricostruire a posteriori la vicenda richiede un certo impegno, per seguire il film senza perderla di vista occorre fare i conti con Lars Von Trier in persona, che le confeziona attorno un’atmosfera carica di disagio e di un simbolismo barocco, espressione della sua poetica in quegli anni. Come molti esordienti, anche il ventottenne Von Trier ci tiene a dichiarare suoi riferimenti e a onorare i suoi maestri, così l’elemento acquatico, oltre a evocare fortemente il Tarkovskij di Stalker, si presta ottimamente a rappresentare il nerissimo nichilismo del danese.
“Acqua, acqua ovunque, e neanche una goccia da bere” recita la voce fuori campo nella citazione più famosa del film; tutta l’acqua che si sente mancare nel rovente prologo egiziano si rovescia addosso al “Fisher” (chiamato a volte anche “Fish”) una volta arrivato in Europa, ma di tutta quell’acqua che scorre nei canali, nelle fogne o che si abbatte con la pioggia incessante e che riempie le strade e le bottiglie vuote fra cui l’uomo si muove, nemmeno una goccia serve a portare conforto o ristoro, così come nessuna tra le persone che incontrano il protagonista potrà salvarlo dalla solitudine, ma anzi in molti casi non farà altro che acuirla dolorosamente.
C’è un’altra metafora attinente, che compare nel film senza apparentemente intersecarne la trama se non incidentalmente: la banda di tuffatori dediti al “dive”. In occasione del primo e dell’ultimo delitto compare un gruppo di giovani uomini dall’aria marziale, muscolosi e glabri, che si ritrovano per gettarsi da ponti o precipizi legati a delle funi che gli impediscono di entrare in contatto con l’acqua. Un’attività che – si dice nel film – pur non costituendo reato viene combattuta ostinatamente dalla polizia di Kramer. È il caso di ricordare che il bungee jumping, a cui oggi viene immediato pensare, ufficialmente nasce tra il 1986 e il 1987, mentre Von Trier gira L’Elemento del Crimine nel 1984, immaginando o forse intercettando la visione di un gesto evidentemente destinato a caricarsi di significati. Significati che però, oltre a figurare una specie di dialettica tra queste nuove generazioni e il principale elemento simbolico del film, personalmente non sono riuscito a cogliere fino in fondo, probabilmente distratto dalla florida messa in scena allestita dal regista. La premessa che tutto il racconto sia il flashback di un uomo disturbato, e per di più sotto ipnosi, offre l’opportunità di caricare la rappresentazione con i tratti puri dell’espressionismo, dando dei ricordi di Fisher un’immagine deformata, dove le dissolvenze comprimono spazio e tempo e la città si risolve in una galleria di ambienti luridi, unti, affogati in un buio che restituisce solo qualche tonalità di seppia che via via vira su un rosso più violento e tragico. In questo gioco di forti contrasti vibra una quantità innumerevole di dettagli che riflettono o inghiottono la luce, riempendo lo sguardo di particolari che attirano lo spettatore sempre più vicino alla trappola. Le ammaccature delle auto, le stormire delle foglie, i riflessi della pioggia e i fumogeni, le centinaia di bottiglie poggiate in terra, i graffiti, gli arredi, le sporcature sui vetri e le schegge degli stessi quando esplodono, il sudore sulla pelle, tutti segni che si moltiplicano e invadono lo schermo come un vero e proprio arabesco per confondere la vista del male fino a quando non sarà troppo tardi.
Il Male, appunto, che scorre nelle vene dei forti ed esce anche dai muri per colpire i più deboli, vittime senza speranza e senza colpa della natura prevaricatrice.
Una visione crudele e sontuosa, condita da movimenti di macchina eleganti e chirurgici che incasellano immagini potenti e tragiche (penso in questo caso a quei poveri cavalli), e che sarà la cifra stilistica di tutta la luminosa carriera di Lars Von Trier.
Nemmeno da sottolineare come questo restauro in 4K renda più che giustizia a tale abbondanza, e come, insieme a Epidemic e Europa, offra un’ottima occasione per recuperare in questi giorni la sua prima seminale trilogia.