BARBIE

regia: Greta Gerwig
produzione: USA, 2023 – 114′
visto: Cinema Jolly

Ebbene sono andato a vedere Barbie. Me l’avessero detto anche solo un anno fa, l’avrei ritenuto quantomeno improbabile, invece le dimensioni del fenomeno massmediatico sono riuscite ad attirarmi in sala. A mia discolpa c’è anche da dire che sono stato invitato. Mi ci hanno portato, insomma.
Il fatto che in sole tre righe abbia già cercato di giustificarmi per ben due volte dovrebbe rendere chiari ed evidenti i pregiudizi e le resistenze che mi trattenevano dall’andare a vedere un film così ostentatamente PER FEMMINE.
A conti fatti, non me ne pento. Barbie è una commedia divertente, con una storia che riesce a stare bene in piedi nonostante la natura fortemente orientata al product placement di tutta l’operazione, dentro, ma soprattutto fuori, dai cinema. D’altronde Gerwig e Baumbach sono autori di livello, che hanno scritto un film più che dignitoso, calibrando le loro istanze sociologiche e politiche con la richiesta di immediatezza e svago avanzata dai committenti. Barbieland è un posto, una città, un mondo, di plastica rosa, abitato dalle Barbie, dai Ken e da un pugno di altri personaggi commercializzati con meno successo da Mattel nel corso dei decenni. Mossi da sentimenti molto basici, gli abitanti di Barbieland vivono i loro giorni in loop come gli androidi di Westworld, con la differenza che la loro routine è un perpetuarsi di feste, spiagge, shopping e divertimento spensierato. In questa società le donne ricoprono ruoli di responsabilità e potere, pur senza mai abusarne, mentre i ragazzi si limitano a farsi trovare pronti alla bisogna. In assenza di organi genitali, le relazioni si limitano alla sfera amicale e platonica, il che non impedisce comunque il fiorire di piccole gelosie e lievi inquietudini. Quando improvvisamente una Barbie, anzi quando la Barbie Stereotipo Margot Robbie, viene sfiorata dalla malinconia, comincia un viaggio alla ricerca della serenità perduta che la porterà nella Los Angeles del mondo reale, un posto, una città e un mondo che le Barbie sono convinte di aver ispirato e definitivamente sistemato in favore delle donne, e invece.
A questo punto, dopo una prima parte euforica, ambientata nel fantastico regno delle bambole, ci si aspetterebbe la classica seconda parte in cui prevalgono le difficoltà del mondo reale. E in effetti succede così, ma poi il film ha il merito di andare oltre, trovando la porta di uscita dal solito schema, per proseguire con una storia che supera il gioco degli equivoci e delle scenette telefonate e si addentra nel tema caro alla regista. Se infatti Barbie si trova smarrita e delusa dalla scoperta della vera L.A, al Ken Ryan Gosling il mondo reale dominato dal patriarcato sembra calzare come un guanto (si sente proprio a cavallo, diciamo), tanto da cercare in tutti i modi di replicarne il modello al suo ritorno a Barbieland.
Raccontare cosa succede dopo cambierebbe ben poco, perché il bello del film non sta tanto nell’intreccio, quanto nella sua atmosfera solare e positiva, nelle coreografie, nelle tante e riuscitissime invenzioni visive e in generale nell’arrembante mescolanza pop di riferimenti e citazioni. Malgrado il tentativo di riempire di contenuti la sua satira infatti, nell’opera di Gerwig a prevalere è senza dubbio la sua esteriorità: la bellezza, il carisma, il brio e il fascino di Margot Robbie e di Ryan Gosling sono i fattori che hanno riempito le sale, non certo la vena polemica di un femminismo a tratti anche un po’ manicheo. Chiaramente con questo non voglio dire che si tratti di un film idiota, anzi, personalmente me lo aspettavo anche più idiota (inteso nel senso buono), ma voglio dire che se volessimo misurare il valore aggiunto portato dal discorso civico che lo percorre, ci troveremmo davanti un risultato ambivalente. Da un lato si tratta di tematiche più che condivisibili, come si dice adesso necessarie, urgenti, incandescenti eccetera, che conferiscono spessore e un indiscusso peso specifico a un film dedicato e rivolto alle ragazzine. Dall’altro, il modo in cui Greta Gerwig passa e ripassa sullo stesso concetto finisce per sgualcire la pagina. La premura con cui si esplicitano le questioni del patriarcato e dell’empowerment risulta ridondante, anche perché la regista riesce a metterle già perfettamente a fuoco nelle situazioni che rappresenta, mentre una sottolineatura così forte finisce per caratterizzare troppo questo film nel nostro specifico tempo, ormai saturo e frusto di parole d’ordine barricadiere che hanno uno scopo sempre più identitario e sempre meno di apertura alla riflessione e al confronto. Allo stesso modo in cui Wakanda Forever è stato venduto come un’accorata testimonianza della cultura afro, come fosse una costola cavata dal cadavere di Malcolm X per brandirla contro il razzismo, le dinamiche dei mass-media (giustamente foraggiati da un generoso marketing) si sforzano di riconoscere in Barbie una parabola progressista al limite del sovversivo, innalzandola a bastione del femminismo, all’interno però di un contesto che più consumista non si può.
Dal punto di vista delle tematiche quindi niente da dire, tutto molto giusto e assolutamente condivisibile, dal punto di vista del racconto invece, una mano più leggera avrebbe lasciato più ossigeno ai personaggi (in fin dei conti debolucci) e ad altri sottotesti più intriganti. Mi sembra molto più interessante infatti la lettura che vede tutto il film come una metafora del passaggio tra l’infanzia e l’adolescenza, mettendo in controluce l’avventura di Barbie, che si muove da una situazione assolutamente controllata e coccolata, si confronta con sentimenti e pulsioni contraddittorie, e infine conquista una completa sessualità. Una metafora schematica e semplificata, ovviamente (anche se Freud avrebbe qualcosa da ridire), in linea con le aspettative di un film che, come la sua musa di plastica, ambisce a parlare a tutte le ragazzine del mondo, senza lasciarne indietro nessuna.
A questo punto aspettiamo quello su Big Jim.

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