MEGALOPOLIS

regia: Francis Ford Coppola
produzione: USA, 2024 – 138′
visto: Lumière + Orione

Ho visto Megalopolis una prima volta un mese fa, appena uscito. Mi ha lasciato l’impressione di una faciloneria fastidiosa, ma anche la voglia di rivederlo, perché nelle immagini c’era comunque qualcosa di talmente opulento e affascinante che chiedeva di essere approfondito.
L’ho quindi rivisto ieri sera e in effetti l’ho apprezzato un po’ di più.
Non è questione di capire o non capire, perché al di là di un paio di curve a gomito nell’intreccio, la trama è facilmente riassumibile.
In una New York ribattezzata New Rome, si fronteggiano Francis Cicero (Giancarlo Esposito) e Caesar Catilina (Adam Driver). Il primo è il sindaco della città, capitale di un Impero Americano arrivato all’anno 2024 ma che per il design e la tecnologia sembra indugiare sugli anni ’30 del XX secolo. Ex procuratore distrettuale, è uomo d’ordine rigoroso pragmatico. Con una mano inaugura scuole biblioteche e ospedali, con l’altra stringe accordi con eminenze grigie e banchieri più interessati a monetizzare attraverso casinò e parchi giochi. Caesar Catilina è invece un architetto geniale e dolente tormentato da un’utopia: realizzare una città che aiuti i suoi abitanti a crescere e a sviluppare il potenziale dell’essere umano. Questa città si chiamerà Megalopolis, e sarà costruita col Megalon, un materiale straordinario scoperto/inventato dallo stesso Catilina e che per questo ha ricevuto il Premio Nobel e la direzione della Design Authority, un’agenzia incaricata di risanare i quartieri popolari di New Rome radendoli al suolo e sostituendoli con cantieri futuristici.
A inasprire il contrasto ci si mette Julia (Nathalie Emmanuel), incantevole e brillante figlia di Cicero, che pur adorando il padre, condivide con Catilina le visioni urbanistiche e l’incredibile proprietà di congelare il tempo. A sua volta Julia è insidiata dal cugino Clodio Pulcro (Shia LaBeouf), viscidissimo personaggio frustrato dal successo di Catilina, di cui è allo stesso tempo cugino e rivale. Clodio e le tre incestuose sorelle incarnano la degenerazione di una società prossima al tramonto, che ha smarrito ogni ideale e virtù.
Ora questo Megalon di cui si parla è un po’ la pietra filosofale degli alchimisti, e tra le varie interpretazioni che si possono dare al film di Coppola, quella alchemica è probabilmente quella che permette di vedere più in profondità. Come la pietra filosofale è in grado di trasformare in oro materie povere come il ferro o il piombo, così il Megalon trasforma la sofferenza e il dolore in speranza. Non è dato sapere come questo processo funzioni, né come si ottenga o si estragga il prezioso materiale screziato d’oro, la cui vera natura è visibile solo a pochi eletti, esattamente come il significato occulto dei testi alchemici è riservato agli iniziati, che praticando e praticando imparano quanto farsi le domande giuste sia più importante di ricavarne delle risposte.
Sempre usando la lente dell’alchimista (forse la stessa con cui Catilina osserva dall’alto la città?), acquista senso e corpo il gioco degli opposti inscenato sia dai personaggi – tutti piuttosto estremizzati – sia soprattutto dall’immaginifica fotografia, dove i toni caldi e quelli freddi si combattono all’interno della stessa inquadratura reiterando continuamente l’idea di un conflitto senza fine tra diverse attitudini all’utopia: da una parte uno slancio entusiasta, dall’altra la consapevolezza che utopia e distopia sono solo fasi diverse dello stesso processo.
Coppola le rappresenta entrambe: l’utopia nella visione di una città a forma di foglia, luminosa e accogliente, che trasporta i suoi abitanti su fiumi dorati, la distopia nella decadenza dell’Impero americano morente, cui sovrappone l’immagine di un’antica Roma persa tra scandali e bagordi, in balia di individui avidi e infidi, desiderosi di accaparrarsene le ultime ricchezze e gli ultimi bagliori di gloria.
Il paragone tra l’egemonia statunitense durante il XX secolo e l’Impero Romano è sicuramente l’idea forte alla base del film di Coppola, l’elemento che più di tutto lo identifica e la cui visione l’ha affascinato così tanto da convincerlo a dedicare al progetto decenni di vita e milioni di dollari prelevati direttamente dal suo conto corrente. Paradossalmente, gli stessi motivi che devono averlo folgorato, sono quelli che lasciano il pubblico internazionale più freddo. Il modo in cui questo parallelo viene presentato infatti, non può che lasciare perplessa quella parte di pubblico che distingue la cultura dal nozionismo, e che trova un po’ supponente paragonare un millennio di Storia (tra Regno, Repubblica e Impero) a un secolo e mezzo scarso di egemonia economica e culturale.
Certo si può obbiettare che quello che l’imperialismo USA non ha conquistato sul piano temporale, lo abbia comunque ottenuto in termini di estensione geografica, vista la penetrazione globale del gusto e dello zeitgeist anglosassone, ma resta il fatto che la fusione dei due immaginari proposta da Coppola, che mischia Shakespeare con Marco Aurelio in un citazionismo dozzinale e usa i nomi di illustri romani come i costumi di un cosplayer, somigli troppo a un’appropriazione culturale presuntuosa e autoreferenziale.
Oltre a queste ombre di tipo ideologico, in generale il film sembra soffrire di problemi legati alla sua lunghissima gestazione, che ha portato in sceneggiatura elementi e spunti discordanti. Abbiamo i deep fake e le chiavette usb, per esempio, ma non c’è traccia di cellulari o di smartphone. Nell’eccentricità che Catilina esibisce davanti ai fotografi riecheggiano le buffonate di Elon Musk, ma siamo in un mondo dove al posto di internet ci sono i giornali di carta coi loro ritagli conservati nelle scatole da scarpe. Anche se Coppola sottolinea i pericoli del populismo stile MAGA, il disastro che si abbatte su New Rome è causato da un vecchio satellite sovietico che veste bandiera rossa con tanto di falce e martello.
Anche la scrittura di alcuni personaggi risulta inadeguata ai tempi che corrono. Penso ad esempio a Wow Platinum, la giornalista arrivista di Aubrey Plaza, che indossa un nome e costumi stupendi, ma che non riesce e stagliarsi da uno stereotipo un po’ datato. Ma soprattutto il personaggio più infelice è il Clodio Pulcro di Shia LaBeouf, meschino e subdolo in modo del tutto gratuito, senza alcun movente credibile, travestito da donna solo ed esclusivamente per enfatizzarne la natura equivoca. Infine questa cosa di fermare il tempo, che parrebbe un tema fondamentale, richiamato diverse volte anche dalle particolari scenografie, alla fine dei conti non sembra avere un’importanza decisiva nello svolgersi delle vicende. Non serve a risolvere una qualche situazione difficile o ad accendere risvolti significativi, se non forse suggerire che Catilina, in virtù di questo potere, possa avere una prospettiva più a lungo termine rispetto ai suoi antagonisti, concentrati invece sul qui e ora.
È insomma ben evidente come Coppola abbia covato negli anni un progetto in cui ha creduto tantissimo e di cui ha finito per perdere di vista alcuni dettagli importanti. Una sostanziale auto-gestione e auto-gestazione che avrebbe beneficiato di uno sguardo esterno in grado di armonizzare e correggere alcune criticità.
L’autore riesce comunque a salvare il film in calcio d’angolo grazie a due accorgimenti sagaci. Il primo è inquadrare il tutto come una fiaba, cioè un racconto allegorico finalizzato a una morale, al quale sarebbe quindi improprio chiedere coerenza e rigore. Il secondo è lasciare tutti i discorsi sufficientemente aperti perché chiunque possa riempire i vuoti con le proprie suggestioni e convinzioni. Il fatto che si tratti di un conflitto tra una tendenza conservativa e una che si lancia verso un ideale entusiasmante è esplicitato chiaramente. In cosa consista questo ideale è però lasciato al gusto dello spettatore: chi vuole può vederci l’ambientalismo, chi il socialismo, chi l’intelligenza artificiale, chi uno spirito panteistico che tenga insieme i vivi e i morti. Per come è trattata la dinamica tra Cicero e Catilina, praticamente qualunque tema si sposa a essere elevato a speranza per il futuro oppure osteggiato come una terribile minaccia.
Più che complesso, quindi, Megalopolis si dimostra in fondo un film caotico, che infatti non è riuscito a richiamare un pubblico numeroso, lasciando in chi l’ha visto più perplessità che altro.   
Nonostante tutto il disordine e un’interpretazione di certi temi un po’ appannata, però, Coppola offre comunque allo spettatore l’affresco spettacolare di un mondo sfarzoso e barocco, con un buon cast e sequenze memorabili, come il fiaccarsi delle gigantesche statue raffiguranti Legge, Giustizia e Rettitudine che crollano esauste addentrandosi nei quartieri periferici della grande capitale, o il momento apocalittico in cui il satellite colpisce il centro di New Rome. È stata la ricchezza delle immagini a riportarmi in sala malgrado il poco entusiasmo della prima proiezione, e alla seconda, sapendo ormai cosa aspettarmi, ho avuto modo di apprezzarle ancora di più e di mitigare la mezza delusione.

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