THE SUBSTANCE

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regia: Coralie Fargeat
produzione: Gran Bretagna, USA, 2024 – 140′
visto: Arlecchino

The Substance è uno di quei film in grado di contrassegnare un decennio. Non perché primeggi in una qualche categoria particolare, o perché possa fregiarsi di un’originalità nuova in senso assoluto, ma anzi per il motivo contrario: perché all’interno vi si può trovare un catalogo condensato di tutti quegli elementi che hanno configurato la cultura pop di questi anni recenti. 
Dentro The Substance riconosciamo facilmente il Suspiria e la sensualità di Guadagnino, le soggettive di Aronofsky, il perturbante di Lanthimos, l’estetica iperpop di Barbie di Gerwig, l’eredità cronenberghiana del Titane di Ducournau, la malizia di Refn e persino qualcosa delle invadenti colonne sonore di Zimmer. 
La presenza di questi elementi non è però da intendersi come un plagio o una furberia, perché Coralie Fargeat capitalizza al massimo il lavoro di tutti i suoi riferimenti, infondendoli nella materia del suo film, veicolo di un personale discorso estetico e poetico già rinvenibile nel precedente Revenge (2017). 
Perciò solo applausi per The Substance, anche quando accompagnati dalle inevitabili risate, che a volte dissimulano il disagio di certe trovate, mentre altre sono spinte da un’ironia feroce che la regista francese non abbandona mai, senza la quale tutto il progetto scadrebbe in una metafora pretenziosa, allora sì, del tutto ridicola. (vedi per esempio l’orrendo Martyrs)
La trama. Elizabeth Sparkle è una premiata star di Hollywood che grazie a un corpo eccezionale arriva all’età di quarantanove anni con fama e prestigio intatti. Il giorno del suo cinquantesimo compleanno però il network per cui lavora la dismette e indice un casting per trovare una sostituta che sia più giovane e più sessualmente accattivante. 
Elizabeth si rivolge a una misteriosa azienda in grado di dotarla di una sua clone migliorata (nel senso di più giovane e di più sessualmente accattivante) auto-battezzata Sue, con la quale dovrà puntualmente alternarsi. 
Su questa base da Jekyll e Hyde, Fargeat innesta la classica dinamica alla Eva contro Eva, drogata però dai raccapriccianti dettagli del procedimento clinico che vincola le due protagoniste e che, partendo da una dimensione super patinata e seducente, le spinge in una corsa al massacro che vira velocemente nel grottesco per precipitare in un abisso di gore e di orrido. 
Come scritto sopra, dentro The Substance si trova di tutto: dal Ritratto di Dorian Gray al soft porno, perché se è vero che la produzione è in buona parte USA, Fargeat viene pur sempre dal buon vecchio mondo, in particolare dalla Francia, fortunatamente ancora ben secolarizzata e poco intaccata dai pruriti pudici d’oltremare. 
Perciò sì, tette e culi a volontà nel film, che nell’esibizione di superbi nudi interroga lo spettatore sulla sua natura di guardone e su come l’oggettivizzazione del corpo influisca sulle tendenze economiche sociali e culturali che agiscono sulla psiche degli individui, sia attivi (e cioè i protagonisti che le subiscono) che passivi (e cioè il pubblico che consapevolmente o meno ne decide le sorti).
Sono quindi da elogiare per il coraggio e la generosità sia Elizabeth Qualley che Demi Moore, la prima perché nonostante i privilegi da nepo baby (o come si diceva una volta, figlia d’arte), sembra aver scelto per la sua carriera solo ruoli prestigiosi ma sfidanti, la seconda perché a sessant’anni passati e con alle spalle una carriera da mega star, accetta e vince una prova che aggiunge indubbio valore al film di Coralie Fargeat. 
Certo, il sospetto che le grazie delle due siano state in qualche modo levigate e ridefinite, digitalmente o meno, è più di un dubbio, ma è un dettaglio che non toglie niente, anzi rincara la dose sul tema dello sguardo voyeur e delle sue emanazioni. 
Perché se vogliamo spostare l’attenzione su questo piano, il nemico di cui il film parla è quello dentro ognuno di noi: il nostro sguardo, il nostro giudizio, i nostri desideri subordinati al riconoscimento esterno. Elizabeth e Sue si combattono tenacemente fino alla fine, ma sono entrambe aspetti della stessa psiche, e in quanto agli uomini che incontrano, sono sì personaggi infimi e ridicoli, ma la loro funzione nella trama è più quella di ostacoli che di antagonisti. 
Le immagini ultra seducenti e ultra sensuali della prima parte vanno di pari passo con quelle respingenti, violente e splatter della seconda, ingaggiando una sfida con lo spettatore che ne sente la forza attraverso gli occhi. A questo proposito ho trovato un po’ esagerate le cronache di reazioni disgustate che hanno accompagnato le prime proiezioni. È vero che il film è piuttosto esplicito in termini di violenza e di sangue, ma in sala il pubblico giustamente rideva davanti a certe scene, perché l’ironia e la distanza che Fargeat mette tra lo schermo e la poltrona è dichiarata. Nulla in questo film pretende di essere preso sul serio, da un certo punto di vista si tratta di una messa in scena e di una sceneggiatura espressioniste, che non rispettano alcun criterio di verosimiglianza. 
È evidente, per esempio, come gli spazi mostrati siano spazi allegorici.
L’intercapedine dietro il bagno è uno luogo buio, dalle dimensioni indefinite, e per lungo tempo è l’unico posto dove le due protagoniste possono trovarsi insieme. 
Il bagno stesso è un ambiente che non c’entra nulla col resto dell’appartamento: uno spazio asettico, definito da linee ortogonali che richiamano gabbie e scatole. 
Il soggiorno invece si affaccia sull’intera città e dialoga col cartellone pubblicitario che ne é il termometro degli umori. 
La cucina è ovviamente separata, nascosta. Lì si mangia e ci si sfoga.  
La sede della misteriosa e dispotica azienda The Substance è un covo lurido e occulto, per entrarci occorre abbassarsi, ridursi, umiliarsi. 
Tutti i set sono quindi costruiti per piegarsi alla bisogna alle necessità del racconto sfrenato di una satira nera, nerissima, che più che spiegata e raccontata, va per l’appunto guardata. 
The Substance è un film esagerato che chiede di lasciarsi portare via, e che, a differenza di tanti titoli che negli ultimi tempi si iscrivono alla corrente di un femminismo manicheo tagliato con l’accetta, veicola il suo messaggio senza perdere di vista il lato narrativo e drammaturgico. Le sue eroine non sono solo vittime, ma in qualche modo anche complici di una visione che le oggettivizza, e soprattutto incapaci di coalizzarsi, sebbene di fatto siano due parti della stessa persona.
In questa contraddizione sta probabilmente il segreto per riuscire ficcante nella sua rappresentazione e per non perdere per strada il pubblico maschile criminalizzandolo in modo banale, raggiungendo così l’obbiettivo mirabile di risultare, nonostante tutto il grottesco e tutte le deformazioni, più sincero e onesto di tante altre giaculatorie ben più isteriche.

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