
regia: Todd Phillips
produzione: USA, 2024 – 138′
visto: Fossolo
Contrariamente a qualsiasi aspettativa, dentro al seguito di Joker tutto è molto difficile. È difficile innanzitutto decidere se si tratti di un bel film o di un brutto film, poi è difficile capire se Todd Phillips e Scott Silver abbiano veramente voluto scrivere fin dall’inizio un soggetto così sofisticato o se ci siano arrivati per successive approssimazioni e successivi incidenti. È difficile sopportare da spettatore due ore e passa dove non succede praticamente niente, è difficile non chiedersi, nonostante Lady Gaga e Phoenix, dove diavolo siano finiti Harley Quinn e Joker. È difficile, insomma, capire se Joker – folie à deux, ci è o ci fa.
Sicuramente i suoi autori scelgono per il sequel una strada più coraggiosa rispetto alla classica soluzione “more of the same”, che prevede di ricalcare il primo film facendone una versione più lunga, più grossa e più costosa.
Questo nuovo capitolo, di fatto, non si schioda dal precedente, concentrandosi sulle settimane del processo ad Artur Fleck, accusato dei cinque omicidi che hanno innalzato il suo alter-ego Joker a paladino della ribellione anarchica.
Due anni dopo l’omicidio in diretta tv del presentatore Murray Franklin, ritroviamo la scapola d’oro di Hollywood, Joaquin Phoenix, smagritissimo e malmesso, trascinarsi stanco e apatico nel manicomio criminale di Arkham, più una prigione che un ospedale, comandato da secondini cinici e violenti.
L’avvocatessa che lo difende vorrebbe dimostrare la sua totale schizofrenia, rendendo ai sensi della legge lui e Joker due soggetti differenti, ma per farlo deve prima convincerlo a prendere veramente le distanze da quella sua violenta incarnazione. Cosa non semplice, perché nonostante il rischio più che certo della sedia elettrica, è solo grazie a Joker che Fleck ha finalmente trovato il pubblico e la fama che aspettava da una vita. Proprio di quel pubblico fa parte la risoluta e carismatica Lee Quinzel, una bionda che parla cantando famosi pezzi pop degli anni passati e che si è invaghita di Joker al punto di farsi internare nello stesso istituto per poterlo incontrare.
In questo scenario si va al processo, durante il quale vengono ripercorsi gli eventi raccontati nel primo film e viene approfondito l’abisso di disagio e di miseria affettiva di Fleck, via via spogliato dell’immagine del Joker, per la quale resta spazio solo nelle patetiche fantasie in cui, in coppia con Lee, cantano, ballano e ammazzano su un eterno e metafisico palcoscenico.
Da questo punto di vista, Folie à deux funziona come uno specchio del film del 2019, sia verso i personaggi, che vengono ripresentati tutti e a cui viene data parola per illuminare con luce nuova i fatti, sia verso un pubblico e una critica che magari possono aver colto solo gli aspetti più spettacolari e meno quelli, chiamiamoli umani.
Secondo questa interpretazione, saremmo davanti a un film molto più serio di quanto ci si possa aspettare da un cinecomics, talmente più serio da far dubitare fortemente di intenzioni così ambiziose.
Eppure, contro l’ipotesi del grande abbaglio, giocano elementi significativi. Prima di tutto il prologo, che mette in scena con lo stile dei cartoon anni ‘40 e ‘50, la lotta tra l’ombra del Joker e Fleck, con tanto di sconfitta e beffa finale. Poi non si può non apprezzare la recitazione assolutamente intensa e coinvolta di Phoenix e di Lady Gaga. Se del primo vengono cantate le lodi da anni, la seconda offre una prova molto più convincente di quanto fatto vedere in House of Gucci, dando spessore al personaggio di Lee Quinzel, giocando con l’ambiguità e col sentimento che la infiamma. Altro elemento a favore degli autori è che in questo film non si trova nulla di raffazzonato o approssimativo, ma tutto segue con rigore l’ambientazione anni ‘80 e l’estetica del predecessore. Sono le stesse le luci e la fotografia, le scenografie e gli arredi, e tutto converge in un’unità stilistica coerente poco propensa a inseguire una spettacolarità gratuita.
Come per il primo capitolo, segue riferimenti importanti e prestigiosi: se là c’era Scorsese, qui ci sono Le ali della libertà e Qualcuno volò sul nido del cuculo.
È insomma un film che in quello che fa ci crede tantissimo, qualsiasi cosa sia. Perché se è vero che due indizi non fanno una prova, bisogna anche riconoscere al cinema hollywoodiano, nonostante tutti i suoi difetti o forse proprio per questi, il primato nella capacità di auto-analizzarsi e auto-cannibalizzarsi, per ragionare sulla sua doppia natura di espressione artistica guidata da persone con una propria poetica e prodotto di massa frutto di un’industria che ha messo il processo creativo, in tutti i sensi, in catena.
Perciò sì, fossimo anche noi in tribunale, in mancanza di prove certe, considerando la scena del crimine, propenderei per la buona fede dell’imputato Phillips e del complice Silver, e inviterei la giuria e la corte alla clemenza.
Nonostante le attenuanti, infatti, il film non si dimostra all’altezza delle buone intenzioni, dando sempre l’impressione di assistere a una lunga, lunghissima, pausa tra il primo episodio e un ipotetico terzo che sappiamo già non arrivare mai. Quello che dovrebbe succedere al minuto quindici, succede grossomodo al minuto centoventi, e quelle due ore che separano l’inizio del prologo dal primo vero evento nuovo rispetto alle premesse, sono riempite di momenti di introspezione e siparietti cantati che hanno fatto presentare il film come un musical, e che però risultano estremamente ripetitivi e pare servano solo per riproporre il personaggio del Joker nelle vesti che tutto il pubblico si aspetta.
Perché di fatto, dentro il film, Joker e Harley Quinn non ci sono mai. Ci sono piuttosto un povero ritardato e una groupie che sognano di essere dei cosplayer.
Una scelta coraggiosa e coerente, vista nell’ottica delle considerazioni precedenti, ma che non può non rappresentare una forte delusione per i tanti che avrebbero voluto vedere altro, e che trovano un parziale riscatto solo in un finale inatteso, che rimette tutto in gioco cogliendo in modo brillante gli spunti che vengono dal mondo del fumetto, in particolare i più recenti, e che fino a lì sembravano non essere mai stati presi in considerazione.
Resta quindi un’impressione ambivalente per un film che tradisce ogni aspettativa e che invece di blandire il suo pubblico, gli si getta addosso in picchiata come un kamikaze. Banzai.