FINALEMENT – STORIA DI UNA TROMBA CHE SI INNAMORA DI UN PIANOFORTE

regia: Claude Lelouch
produzione: Francia, 2024 – 129′
visto: Odeon

La mia sarà probabilmente una lettura troppo ideologica, come quelle sciagurate stroncature che negli anni ’60 e ’70 si abbattevano dalla stampa comunista su registi non sufficientemente allineati, e sicuramente soffro di un’impreparazione cinefila che non mi permette di godere al cento per cento di tutti i riferimenti e le strizzatine d’occhio che Lelouch sparge generosamente a favore dei più esperti, ma anche considerando ogni attenuante, non ce la faccio proprio a essere benevolo con questo tipo di film senili e fallocentrici.
Una delusione così forte nasce forse dal fatto che, fino agli ultimi trenta minuti, mi era pure sembrato un gran bel film. L’inizio è infatti molto intrigante. Kad Merad interpreta un misterioso autostoppista che a ogni passaggio racconta di sé una storia diversa, lasciando inevitabilmente perplessi e preoccupati sia i vari automobilisti che lo raccolgono, sia noialtri spettatori. A complicare le cose intervengono le fantasticherie e le visioni che, per motivi presto spiegati, attraversano la mente del protagonista. Quando la situazione diventa più chiara scopriamo che si chiama Lino Massaro e che ha alle spalle una ricca famiglia borghese che lo sta cercando disperatamente. Sulle sue tracce c’è anche Sandrine, la sorellastra, figlia di un padre mitologico, col volto e il sorriso del grande Lino Ventura, che compare ripetutamente in foto e frame tratti da Una donna e una canaglia (in originale: La bonne année), titolo del 1973 dello stesso Lelouch, dove Ventura recita con Françoise Fabian, che qui fa proprio la parte della madre del protagonista. Cortocircuito cinefilo e biografico quindi, che restituisce il livello di immedesimazione che il maestro francese (87 anni) infonde nel suo lavoro. Questo e anche il cameo inziale, dove appare insieme alla scrittrice Valérie Perrin, sua attuale compagna (57 anni).
La dimensione autoriale è insieme croce e delizia del film, che se da un lato racconta una classica crisi di mezza età di un maschio bianco e borghese colto dall’ansia della vecchiaia, dall’altro la racconta con uno stile e un’eleganza eccellenti, con attori molto bravi, che lavorano con misura e sensibilità, e con una colonna sonora carezzevole e seducente.
La classe della regia di Lelouch è il motivo che convince lo spettatore a indossare gli occhiali dell’autore per guardare a ritroso la vita da dietro le sue lenti. Per buona parte del film il gioco funziona e diverte, e poco importa se il tema è vecchio e scontato e a volte suona come un disco rotto, perché il film sembra esserne consapevole e lo affronta con leggerezza e simpatia, senza dare l’impressione di voler impartire lezioni o sentenze. Invece succede che a trenta minuti dalla fine, proprio sul più bello, proprio quando in fondo sembrava che il racconto si fosse esaurito e che il discorso si fosse espresso in modo efficace ed esauriente, questa sentenza viene emessa. E viene emessa in un senso che più letterale non si può: dentro all’aula di un tribunale, sotto forma di arringa difensiva a cui non è concessa replica. Se fino a quel punto gli echi di una visione maschilista e retrograda si avvertivano lontani e tutto sommato sopportabili e marginali, da lì in avanti è tutta una discesa sempre più imbarazzante in un pensiero classista e paternalista, che indugia sulle malinconie di un vecchio quasi novantenne, che si immagina con trent’anni di meno, circondato da donne succubi che lo guardano sognanti mentre canta a fianco di una ragazza trentenne.
Poco importa se la ragazza in questione sia nel film la figlia del protagonista, o che l’attrice che la interpreta sia una cantante dotata e aggraziata: l’immagine che chiude il film è quella di un harem, dove i personaggi femminili sono spettatrici delle fantasie compiaciute di un uomo sorpreso dalla vecchiaia, che sogna di restare giovane giovanile fuori tempo massimo, che si illude di poter in qualche modo ricominciare daccapo tagliando i ponti con la realtà e la routine, e che risolve le cose staccando assegni. Un finale di questo tipo, così perentorio e impermeabile a ogni discussione, trascina tutto il resto del film in una dimensione ideologica indifendibile, dove la questione non è se essere a favore o contro, ma se essere fuori o dentro dal tempo in cui si vive.

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