LIMONOV

regia: Kirill Serebrennikov
produzione: Italia, 2024 – 138′
visto: Roma d’Essai

Kirill Serebrennikov ha firmato negli ultimi anni titoli che hanno avuto una certa visibilità, come La Moglie di Tchaikovsky, Summer e Parola di Dio. Personalmente ho visto solo il primo di questi tre e, anche se immagino che Summer possa essere più affine per atmosfera e per epoca storica, certi spunti e certi slanci si possono riconoscere anche dentro al suo Limonov, nonostante la varietà di stili e di temi inseguita da questo adattamento del romanzo di Carrère.
Un romanzo così famoso e così importante da costringere qualsiasi riduzione a farci i conti. Questo è il grande limite con cui si deve confrontare un film che di per sé non sarebbe neanche male, ma che solo in parte riesce a riflettere la luce da cui è generato. 
Volendo ridurre tutte le reazioni e i giudizi a una sola parola, questa sarebbe “prudente”.
L’ammirazione e la stima di Serebrennikov per la figura di Eduard Limonov è evidente, così come il debito verso Carrère, che infatti coinvolge nella sceneggiatura e omaggia con una significativa sequenza. Nel ritratto che sceglie di fare però, alcune parti piuttosto spinose vengono espunte, mentre altre vengono approcciate frettolosamente.
Serebrennikov apprezza il poeta, il ribelle, il perdente, il fanatico e il drogato di vita, ma solo dentro certi limiti, limiti che valgono innanzitutto per lui come autore, e oltre i quali non intende spingere il suo antieroe. Il romanzo di Carrère si appoggia sulla vita esagerata di Eduard Limonov per raccontare la Russia nel passaggio dal totalitarismo dell’Unione Sovietica all’euforia della Glasnost, dallo shock della Perestrojka alla furia del turbo capitalismo degli anni ’90, per arrivare alla moderna democratura di oggi, con un regime dove le regole democratiche esistono solo formalmente, ma che nei fatti sono piegate a un potere assolutistico. La grandezza di Carrère sta nell’offrire al lettore occidentale un gran numero di spunti, aprendo, sullo sfondo su cui si muove Limonov, tutta una serie di finestre da cui affacciarsi e da cui vedere altro oltre alle gesta del protagonista. Il regista russo sembra non aver colto questa dimensione del romanzo, probabilmente a causa di un comprensibile bias, per aver vissuto quegli eventi troppo dall’interno, e interpreta le pagine del francese fermandosi al mero, seppur avvincente, resoconto di un intellettuale avventuriero.
Dentro questo perimetro il film funziona bene, il protagonista, Ben Whishaw, presta il suo volto e il suo corpo a un personaggio che muta più volte, attraversando diverse epoche e diverse identità, ma conservando sempre l’enorme fragilità di un uomo che si sente al sicuro solo quando è in guerra contro il mondo. Si tratta di fatto di un one man show, perché l’unico altro personaggio pregnante è la Lena di Viktoria Miroshnichenko, regina strappamutande delle notti moscovite nei ‘70, e tigre in gabbia nella Manhattan a cavallo degli ’80, che nella lettura di Serebrennikov rappresenta per Limonov il grande amore tragico che lo indurisce in modo decisivo.
Tra la fine della Grande Guerra Patriottica e la metà dei Sessanta, Ėduard Veniaminovič Savenko vive l’infanzia e l’adolescenza nell’Ucraina sovietica, ribellandosi alla monotonia del Socialismo e all’alienazione della fabbrica con la delinquenza e la poesia. Nel 1967 si cambia il nome in Limonov e si trasferisce a Mosca per avere più fortuna e per assaggiare il mondo. Qui incontra Lena, si innamorano e diventano le celebrità del jet set, fino a quando la troppa visibilità non pizzica le attenzioni del Partito, preoccupato dalle idee sovversive del giovane. I due allora accettano l’invito a lasciare l’URSS per trasferirsi a New York: dalla capitale del Comunismo alla capitale del Capitalismo, scoprendo sulla pelle un diverso tipo di oppressione e di disagio. È su questi anni americani che il film si sofferma, facendone il fulcro della narrazione e della storia di Limonov. Tra i negozi e i senza tetto, tra persone di tutto il mondo che più che incontrarsi si scontrano, lo spirito ribelle trova una formazione ideologica nel beat e nel punk, e un po’ per provocazione e un po’ no, un ego già parecchio esuberante intraprende una migrazione dall’anarchia al dispotismo.
Questi anni sono seguiti da una veloce parentesi parigina, dove Limonov, separatosi da Lena, consolida il suo status di intellettuale provocatore, rifiutando l’etichetta di dissidente e criticando il sistema capitalista e la social democrazia da dentro il loro ventre molle. Questo periodo, lungo vent’anni, viene condensato da Serebrennikov in un flash forward che, coi tempi e i modi di un videoclip, passa in rassegna a suon di musica Reagan, Chernobyl, la Perestrojka e la caduta del muro di Berlino, mentre Limonov attraversa scenari differenti e cangianti per ritrovarsi improvvisamente a metà degli anni Novanta, di nuovo in Russia, a capo di una banda di skinhead, base del partito nazional-bolscevico da lui fondato e per la cui attività verrà condannato a due anni di prigione siberiana.
Questa sequenza è emblematica perché racchiude nel bene e nel male il paradigma del film.
Mostra infatti la misura artistica che Serebrennikov persegue, come per esempio l’integrazione nelle scene degli anni che passano, o la fotografia che varia continuamente, inseguendo e adattandosi ai diversi periodi storici. Sono scelte apprezzabili, che però spesso si rivelano meno audaci di quanto avrebbe forse desiderato il regista. Nonostante gli anni appaiono sullo schermo, disegnati sulla neve o dipinti su un cancello, il film non se la sente di rinunciare del tutto ai cartelli, per esempio, oppure certe sequenze, soprattutto tra quelle newyorkesi, vengono coperte e sottolineate da una colonna sonora che spesso si ripete, dando alfine l’impressione di essere un po’ troppo didascaliche. Si tratta di finezze, che di solito incidono poco sulla visione, ma che se colte restituiscono l’impressione di una regia poco sicura di sé, bisognosa di appoggi e punti fermi. Soprattutto lascia perplessi, ma è un aspetto che riguarda solo chi lo ha visto o lo vedrà in lingua originale, il fatto che i personaggi parlino inglese negli USA come in Ucraina come in Russia come in Francia, oltretutto con una dizione appesantita da accenti pseudo-russi da commedia italiana anni ’80. Capisco che l’analfabetismo di ritorno sia un problema di cui una produzione debba tenere conto, ma penso che un film del genere avrebbe solo beneficiato di qualche sequenza sottotitolata piuttosto che mostrare una tavolata di intellettuali ucraini recitare poesie russe in perfetto inglese.
Invece sembra proprio che a Serebrennikov sia mancato il coraggio di seguire il suo istinto fino in fondo, contentandosi – per forza o per amore, la produzione è registrata come italiana – di completare il film dando un colpo al cerchio e uno alla botte, tanto per usare un’espressione frusta.
La scelta di concentrarsi sul lato romantico e bohemien del protagonista, e di silenziare la sua attività politica radicale e sopra le righe, mette il film su binari sicuri, troppo sicuri, e concede al regista la possibilità di abbuonargli diversi tratti violenti e tossici, in virtù di una certa patina di nobiltà d’animo che lo ricopre.
L’onestà intellettuale del regista russo non è in discussione, il suo film non cerca a tutti i costi di vendere un personaggio artefatto, in fin dei conti positivo, tuttavia le fasi di avvicinamento alla destra francese e la successiva radicalizzazione nazionalista che lo porterà negli anni Novanta a combattere con le milizie serbe contro i civili assediati a Sarajevo, vengono lasciati indietro, probabilmente più per pudore che per negazionismo, sgombrando però così il tavolo da una fetta importante della personalità e della vita di Limonov, che ne avvicina la figura a quella altrettanto parziale di Alexej Navalny, le cui posizioni nazionaliste e suprematiste in occidente sono state poco trattate. È infatti sulla sua incarnazione di dissidente, non certo l’ultima per il mutaforma Limonov, che il film cala il sipario, ma lo fa però con una mossa ambigua, che invece di consacrare il personaggio ne sottolinea la dimensione mediatica e non del tutto autentica.
A dimostrazione della consapevolezza che di cose da dire ce ne sarebbero state ancora tante per arrivare alla restituzione a tutto tondo di un personaggio problematico quanto affascinante.

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