
regia: Denis Villeneuve
produzione: Usa, Canada, 2024 – 166′
visto: Lumière
Due cose prima di cominciare. La prima è che sono andato a vedere se avevo recensito il primo capitolo e in effetti non avevo scritto nulla. Probabilmente mi era sembrato un po’ troppo preparatorio, più concentrato sul world building che sulla storia che sarebbe esplosa in seguito. Poi sicuramente anche perché sono sempre scettico sui film che partono già per uscire in due o più episodi, in due o più anni, perché ho paura che se per caso muoio prima è una fregatura, quindi in questi casi cerco, se posso, di aspettare la conclusione. Pertanto questa che segue sarà una recensione complessiva di parte uno e parte due.
La seconda cosa da dire prima di cominciare è che il secondo Dune è un film che ti fa una testa così.
Cominciamo.
Il primo capitolo dell’adattamento della saga di Herbert presentava i personaggi, le squadre in campo e lo scenario alieno e ostile scena dello scontro. Nell’anno diecimila e passa, in una certa parte dell’universo c’è una galassia comandata da un imperatore, che grazie a dinamiche di alleanze e tradimenti, regola un delicato equilibrio tra varie casate. Tra queste casate ci sono i fieri e nobili Atreides, che sfilano al suono delle cornamuse in un pianeta ritagliato sui clan delle scogliere scozzesi, e ci sono gli Arkonnen, una società marziale, crudele e spietata, modellata sulla Germania nazista.
Il bene più prezioso di questa galassia è la Spezia, una sostanza minerale, ma forse anche biologica, che oltre ad avere proprietà allucinogene può essere convertita nella fonte di energia indispensabile a muoversi tra un pianeta e l’altro. La Spezia si trova prevalentemente su Arrakis, un pianeta di sabbie desertiche dove il calore ruba ogni goccia di umidità rendendo il risparmio e l’accumulo di acqua un’attività sacra e dall’altissimo significato culturale.
Arrakis, in lingua locale Dune, è abitato dai Fremen, comunità di beduini dalle ferree leggi tribali, assoggettati dalle casate che l’imperatore di volta in volta incarica di supervisionare l’estrazione e la razzia della Spezia.
Frank Herbert comincia a scrivere Dune nella prima metà degli anni ’60, pertanto si può supporre che nelle sue pagine l’accento fosse più sugli aspetti psichedelici della Spezia che non su questioni come il fondamentalismo e il jihad, che sono poi diventati cruciali in questo nostro nuovo millennio, ma che in Dune sembrano presi a modello più che altro per la loro carica esotica. L’adattamento di Villeneuve calca invece maggiormente la pista ecologica, e tenta, con merito, una problematizzazione della visione colonialista su cui si fonda, più o meno consapevolmente, l’universo di Herbert. Lo fa all’interno di un impianto scenico traboccante di spettacolo e magnificenza, percorso da uno spirito epico che va a toccare ogni personaggio e ogni dialogo lasciando ben poco a momenti ironici o di alleggerimento.
La prima parte di Dune, uscita nel 2021, è quindi preparatoria, povera di azione ma ricca di intrighi e di una gravitas prodotta da questo modo estremamente serioso con cui il regista di Blade Runner 2049 tratta il materiale che è poi servito da matrice per una parte consistente della fantascienza degli anni ’70, ’80 e ’90, che da questi temi e da queste dinamiche ha infatti attinto per ricavare versioni derivative, prediligendo questo o quell’aspetto a seconda dei gusti correnti.
Villeneuve quindi fa tabula rasa di questa progenie meticcia, e crea ex-novo prima di tutto una visione, assolutamente personale, fatta di gigantismo (delle architetture e dei macchinari), potenza soverchiante e suoni sparati a mille, che incollano alla poltrona con una certa violenza.
Decide poi di enfatizzare i contrasti tra le forze in campo: buoni contro cattivi, sole contro pioggia, irsuti contro glabri. Accendendo questi opposti però spegne inevitabilmente alcune di quelle sfumature e ambiguità che stanno al cuore dell’opera originale, ad eccezione delle rappresentanti del Bene Gesserit, l’ordine femminile di natura mistico esoterico, che da secoli trama dietro le quinte del potere con piglio massonico, e sulle cui vere intenzioni la nebbia resta fitta.
Il primo film si chiude con l’offensiva degli Arkonnen, che sterminano il clan Atreides su Arrakis, sfruttando l’inganno, il tradimento e il tacito assenso dell’Imperatore. Unici superstiti sono il rampollo Paul, eroe della storia, e sua madre Lady Jessica, una potente Bene Gesserit fermamente intenzionata a fomentare le aspettative messianiche che si riversano man mano sul figlio. Il secondo episodio si apre senza un prologo, con i due fuggiaschi braccati dai nemici e aiutati nella fuga da una tribù di Fremen capitanati da Stilgar il duro e di cui fa parte anche la caparbia Chani, interesse amoroso e protagonista delle visioni premonitrici di Paul.
Seppure in continuità diretta, quindi, i primi venti minuti del nuovo film sembrano tradire alcune importanti premesse: dove sono finiti gli occhi blu? Dove diavolo è finita la Voce?
E il gran caldazzo che non si sopporta? Che ne è stato del passo del deserto, così essenziale per sfuggire ai vermi della sabbia? Tuttavia il tono generale è così solenne e drammatico che sembra quasi brutto alzare il ditino per far notare che se quei ceffi son capaci di volare non è molto chiaro per quale motivo debbano camminare sulla sabbia rischiando di farsi mangiare dai bigattoni. O chiedere perché non perlustrino direttamente la zona dall’alto, visto che tanto son tutte dune. O anche quand’è che gli Atreides avrebbero stoccato il loro potentissimo e ormai dimenticato arsenale tattico, visto che sono arrivati sul pianeta da meno di una settimana… Sciocchezze, a quanto pare, perché guai a intralciare il passo maestoso e severo di Villeneuve e del compare Zimmer, che come una collaudata coppia di banditi ti lavora ai fianchi, di destro e di sinistro, con immagini poderose e musiche veementi che piegano la resistenza alle comunque poche grinze di sceneggiatura.
E così, un po’ per sfinimento e un po’ perché comunque appagati da altri aspetti più convincenti, si abbozza, e ci si lascia condurre per due ore e mezza di assalti e guerriglia a seguire la parabola di una giovane anima che da riluttante erede di un nobile giusto, si muove verso territori più oscuri e assolutisti. Il percorso di Paul è infatti screziato da riflessioni sui pericoli del fondamentalismo, le tentazioni del potere e su come sia possibile manipolare le masse diffondendo speranze millenariste attraverso la propaganda.
Bisognerebbe poi dire qualcosa sul cast, ma non saprei bene cosa, perché non è che ci siano dei gran margini per individuare particolari prove attoriali, si tratta più che altro di una parata di stelle, alcune delle quali (Chalamet, Zendaya, Pugh, Taylor-Joy, Butler) enormi catalizzatrici di star-system, altre (Skarsgård, Seydoux, Bardem, Brolin, Rampling, Walken) dalla caratura più robusta, e che si prestano ad accrescere il prestigio generale del progetto. Mi sembrano comunque tutti in parte, non c’è nessuno che si renda ridicolo, per esempio, o che faccia desiderare qualche altra scelta, pur in un contesto che tira ad andare sopra le righe, come nella rappresentazione di una qualche tragedia greca.
Alla fine dei conti Dune, in particolare questa seconda parte, ha diversi momenti sinceramente esaltanti, e nel complesso è un titolo che (preso insieme alla sua metà) raggiunge pienamente il livello dei grandi classici del genere, staccandosi senza ombre e senza dubbi dai tanti sottoprodotti, spesso più pretenziosi che altro, presenti sulle varie piattaforme.
La differenza la fanno certamente la mano e lo sguardo del suo regista, che magari non avrà la stessa inventiva dei colleghi più visionari, ma è comunque capacissimo di intestarsi a pieno titolo la creazione e la restituzione di un mondo, anzi di un universo, alquanto sfaccettato e articolato, ancora perfettamente in grado di espandersi e farsi esplorare.