
regia: Ken Loach
produzione: Francia, 2023 – 113′
visto: Europa
Come si dice quando uno dei tuoi registi preferiti sbaglia un film? Pazienza.
Non è che questo concentrato di buoni sentimenti e scene strappalacrime sia in sé per sé un brutto film, però se si va a spaccare il capello in quattro per la Cortellesi, è lecito aspettarsi da Ken Loach qualcosa di più di un racconto che regge solo se preso come una fiaba e non come uno dei brucianti spaccati del mondo postindustriale a cui ci ha abituato.
Certo, piazzare un pub in malora come fulcro dell’incontro/scontro tra un gruppo di profughi siriani e la comunità di un borgo spopolato di Durham, nel nord dell’Inghilterra, era un’arma a doppio taglio già in partenza. Troppo facile immaginare gli sviluppi di tale premessa, sebbene Loach azzecchi da subito la mossa giusta, collegando le miserie di un popolo a cui è stato distrutto il passato a quelle di chi invece non ha più un futuro. Questa volta infatti, la solita corriera carica di disperati si ferma in un paese che una volta era abitato da minatori orgogliosi e adesso dai loro scoraggiati figli, abbandonati dallo Stato e insidiati dagli speculatori.
All’Old Oak (“la vecchia quercia”), non si parla d’altro, e mentre gli avventori se ne lamentano una pinta dopo l’altra, il proprietario TJ Ballantyne abbozza e fa amicizia con la giovane Yara, che col suo buon inglese, la sua Canon e i suoi capelli al vento, si presenta come la più occidentalizzata tra i nuovi arrivati.
Se l’intenzione iniziale sembrava quella di indagare le dinamiche del potere, che persegue ogni mezzo, dalla speculazione edilizia alla guerra vera e propria, devastando le vite e i sogni di chi travolge nel suo accanimento famelico, in breve tempo tutto si risolve nel solito presepe, dove i buoni profughi, sempre ossequiosi e in genere rappresentati da donne e bambini, vengono osteggiati dai buzzurri del paese, tipicamente cinquantenni con la birra in mano, e invece di ragionare sui motivi della guerra tra poveri si resta impanatati in una guerra tra poveri buoni e poveri cattivi.
Non vorrei però che venisse fuori una stroncatura assoluta, perché il film è comunque a modo suo toccante e intenso, e la regia di Loach è asciutta come al solito, poco propensa a fare sconti, ai personaggi come al pubblico, con l’eccezione forse della protagonista, unica della sua comunità a non portare l’hijab. A questo proposito sorge una domanda. Sta bene che questa ragazza scelga di non coprirsi i capelli, e sta bene che il fatto venga accettato tranquillamente, ma vien da chiedersi: perché solo lei? È una opzione nelle disponibilità di tutte le donne del gruppo? E allora se ne potrebbe mostrare almeno un’altra coi capelli sciolti. O è invece il segno di una qualche presa di posizione particolare? Che in questo caso andrebbe però spiegata, altrimenti qualcuno potrebbe insinuare che il privilegio sia motivato solo da una scelta estetica, come ruffianeria verso il pubblico.
Un altro cedimento della messa in scena è rintracciabile nella questione delle fotografie. TJ e Yara si avvicinano perché la ragazza, che filtra le sue sventure dal mirino di una reflex, si appassiona alle vecchie stampe appese nel pub, scatti in bianco e nero provenienti da un passato remotissimo, un tempo in cui i lavoratori fronteggiavano spalla a spalla le grandi riforme thatcheriane: gli anni Ottanta. Chiaramente anche Yara fotografa in bianco e nero, nonostante le possibilità infinite di una macchina digitale, in questo modo il film può facilmente raccordare il suo sguardo e la sua sensibilità con quella di tanti anni fa. Io però sono quasi sicuro di averne viste, in quegli anni Ottanta, di fotografie a colori, e onestamente sono un po’ stanco di vedere qualsiasi passato rappresentato sempre come se si parlasse degli anni Sessanta. Per carità, parliamo di un dettaglio che non è nemmeno un difetto, una pignoleria vera e propria, che sicuramente non può essere rimproverata solo a questo film, visto che replicare questo immaginario è un’abitudine fortemente radicata in molti, troppi, film. Ma l’uso di cliché come questo finisce per togliere carattere all’insieme e ai discorsi accorati che Loach mette in bocca ai suoi personaggi. Sarà forse colpa della traduzione e del doppiaggio, ma sono diversi i dialoghi che suonano impostati, come riprendessero certi articoli di giornale che provano a spiegare e razionalizzare le cause delle tensioni in una società sempre più individualista e plasmata dai social network.
La distanza tra un passato vigoroso e un presente allo sbando viene fortemente sottolineata dal regista, che oltre appunto a scolorire le immagini degli scioperi, ne fa rivivere gli ideali non nei suoi personaggi, ma nei loro padri ormai scomparsi. Del socialismo, della solidarietà e della coscienza di classe resta solo il folklore, fotografie senza colori, remoti ricordi di persone morte e sepolte.
Su questo piano emerge tutta l’amarezza di un anziano Ken Loach, che vede la speranza come una cosa lontana e sconfitta, non più recuperabile in nessun modo. È solo questa vena di aspra delusione a salvare il film da un finale consolatorio, cui in certi momenti sembrava quasi condannato, e a inquadrare meglio alcune di quelle scelte discutibili di cui ho parlato. Non so dire quanto questo basti a riscattarlo completamente, spero solo che, nonostante le sue dichiarazioni in proposito, The Old Oak non sia davvero l’ultimo capitolo di un grande, grandissimo regista.