LA CHIMERA

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regia: Alice Rohrwacher
produzione: Italia, 2023 – 134′
visto: Odeon

La Chimera è diventato in questi ultimi giorni un piccolo caso, visto che a quanto pare sta circolando nella metà delle copie rispetto a quelle distribuite. Sembra infatti che la maggior parte degli esercenti, pur potendo disporne, preferisca sacrificarlo in favore di altri titoli più redditizi. Da qui è nato un appello della stessa regista e del suo protagonista Josh O’Connor che invitano i fan a richiedere ai cinema una giusta programmazione. A Bologna questi problemi per fortuna ancora non ci sono e da bravo fan della Rohrwacher ho potuto vederlo la settimana scorsa. Cosa dirne, non è semplice. Trasgredendo una delle regole che mi sono imposto, cioè di evitare di leggere altre recensioni prima di buttare giù le mie impressioni, sono andato a sbirciare qualche (pochi) articoli che ne parlano, ma onestamente ho trovato in giro pezzi un po’ fumosi, da cui traspare sì il gradimento per il film, ma le cui argomentazioni tendono all’ostico o al filosofico, travalicando forse il giudizio e risultando, almeno per me, poco invitanti.
D’altronde si tratta di un film effettivamente enigmatico, elusivo, costruito su una ricca simbologia che chiede allo spettatore di essere decifrata, anche a costo di osare interpretazioni azzardate.
Iniziamo dal titolo. La chimera è nella mitologia greca una creatura composta da parti di diversi animali. La sua natura immaginaria l’ha resa simbolo della speranza in un ideale utopico, una versione migliorata di qualcosa che già esiste in forma più grezza. Di solito l’immagine della chimera si usa per qualcosa che si spera di incontrare nel futuro, ma che in fondo si sa che non arriverà mai.
Il secondo simbolo che Rohrwacher utilizza fin dalla locandina, e poi riprende in diverse inquadrature, è la figura dell’Appeso, una carta dei tarocchi che invita a vedere le cose da una prospettiva diversa, sottosopra appunto, in direzione opposta al vedere e sentire comune.
Già questi due elementi sembrano volerci dire che per sperare in qualcosa di irrealizzabile occorre una visione diversa, estranea alla consuetudine, aliena.
Il personaggio che veicola questo messaggio è Arthur – a volte storpiato in Artù – un giovane inglese con le fattezze eleganti di Josh O’Connor (già Principe Carlo nelle stagioni centrali di The Crown), che con il suo completo candido scende con un treno nel centro Italia di fine anni ’80, il decennio del riflusso, con alle spalle l’impegno e i conflitti sociali e negli occhi già il miraggio dei mondiali di calcio di Italia 90.  Il ragazzo va a ricongiungersi dopo qualche anno di assenza con amici e luoghi che insieme lo respingono ma poi non lo lasciano allontanare. Con poche sequenze e ancor meno battute, impariamo che si tratta di una banda a caccia di antichi reperti etruschi da depredare e rivendere a misteriosi collezionisti. Quello che muove i predoni e il mercato è la brama di denaro, ma ciò che invece spinge Arthur è un bisogno inesorabile di cercare sottoterra qualcosa a cui non può resistere. Di quegli oggetti sepolti sente la voce, una voce così potente da piegargli le ginocchia e richiamarlo, stordito, al suolo.  Altra particolarità, meritevole di indagine, è che questo legame non esiste con tutti i resti archeologici, o almeno questo non è quello che ci viene mostrato, ma il film si concentra sul rapporto con la civiltà etrusca, per molti versi interpretabile come un modello di società che è stato sconfitto e dimenticato dalla Storia, un mondo che rispetto all’impronta marziale e politica dei Romani, vive di un contatto più stretto e più libero con quell’insieme di fenomeni che oggi chiamiamo “La Natura”. Per gli Etruschi era attraverso i segni del visibile che si potevano comprendere le volontà invisibili degli dei. Diventava così essenziale fare attenzione a ogni piccolo segno o manifestazione, e trasformarli nei simboli di un linguaggio attraverso cui orientarsi nell’esistenza.
Sarebbe poi abbastanza semplice rintracciare nella civiltà etrusca quegli elementi che, rapportati all’attualità, metterebbero in forte imbarazzo i temi del presente, come per esempio il ruolo pressoché paritario della donna nella comunità, ma a insistere su questo tipo di lettura si rischierebbe di imporre un orientamento morale alle intenzioni della regista del quale non sono del tutto sicuro. Perché il legame tra il passato idealizzato e un presente di penitenza sembra essere più emotivo che sociologico o civile, tanto è vero che l’incarnazione delle illusioni di Arthur, della sua chimera appunto, è Beniamina, amore giovanile ormai perduto che il ragazzo non rinuncerà mai a cercare per il resto della vita. Attraverso la figura di Beniamina, Arthur si distanzia dalle sue compagnie maschili (coinvolti più che altro nelle attività di tombaroli) e si apre al femmineo. La madre della ragazza, che lo adora, tiene a servizio una giovane emigrata brasiliana, che si chiama Italia e che quando Arthur la incontra tiene in mano un martello, strumento buono per distruggere come per aggiustare e costruire. Difatti Italia avrà un ruolo importante nelle dinamiche tra il protagonista e la sua banda, e sul finale avvierà, in completa indipendenza e autonomia, una pars costruens che si potrebbe facilmente ricollegare al tema della donna e del matriarcato. Ma, come detto, non è il caso di insistere su questo tasto, perché il film non è mai esplicito su niente, e ogni tentativo di inquadrarlo, in un’analisi o nell’altra, rappresenterebbe una forzatura. È piuttosto un film di sensazioni e di simboli, e i simboli sono contenitori vuoti che ciascuno riempie con quello che ha con sé. Di conseguenza La Chimera potrà piacere a chi è disposto a lasciarsi suggestionare e trasportare dalle atmosfere che sa creare, mentre lascerà probabilmente più freddi che perplessi gli spettatori ansiosi di spiegazioni e soluzioni interpretative chiare. Quello che resta certo è che Alice Rohrwacher si conferma ancora una volta capace di ricavare lo strabiliante da situazioni apparentemente banali o povere di stimoli, lavorando sulla forma cinema, mostrando senza spiegare nulla, ma rendendo comprensibilissima la vicenda e i personaggi attraverso le loro azioni. A dire il vero esiste nel film un narratore, un cantastorie che riepiloga in forma di canzone più che altro gli stati d’animo dei personaggi, ma il suo ruolo mi sembra più di collegamento con l’immaginario arcaico e perduto evocato dalla storia che non di risolutore di impasse narrative. È insomma un film sulla nostalgia, sul Nostos, che invita a vedere le proprie origini con occhi e voci diverse e straniere e a non smettere mai e poi mai di cercarne gli aspetti più nascosti e preziosi.

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